
Leggere i rapporti del Censis, cioè la prosa di De Rita, è sempre un esercizio affascinante. La creatività lessicale profusa è così notoriamente sorprendente, taluni direbbero persino stordente, al punto da relegare sullo sfondo l’oggetto stesso del comunicare; ovvero i fatti del cambiamento, le “scoperte”, le evidenze, cioè “le “cose” che il lavoro del sociologo dovrebbe per sua stessa missione portare (portarci) in primo piano. Trasformate in idee “chiare e distinte”.
Quest’anno, rapporto n°44, il Censis supera se stesso dal punto di vista per così dire “immaginativo stilistico”. Mentre da quello meramente contenutistico, ci perdoni il professore non possiamo nascondere di aver provato, per un attimo, uno solo, il ben noto effetto “hot-water”, quello che nel Belpaese è più comunemente noto come “scoperta dell’acqua calda”.
Certo, se è Pierino Paolino o più modestamente noi giardinieri delle rose a strillare che il Re è un po’ nudo e lo è da un pezzo - nella fattispecie che il noto accademico ha prodotto qualche elegante banalità - non è poi così grave. Anzi. Ma leggere, con la solennità e l’attenzione che ormai si riserva solo ai file ex-Wikileaks, che… il paese è fermo, deluso, che gli italiani debbono ritrovare senso di responsabilità e rispetto delle regole, oltreché desideri meno esangui, be’ francamente ci sembra il massimo della non-notizia, un punto di non ritorno. Scritta bene. Come e più del solito. Ma pur sempre una non-notizia. Che è la maniera più carina, più rispettosa, (più ipocrita?) per definire e classificare le ovvietà.
Certo, anche un’ovvietà (oppure un “non risultato”) è un risultato di ricerca. Sacrosanto. Ma se scartati nodi e fiocchetti e piegata la carta, dentro la meravigliosa confezione trovata sotto l’albero di Natale non c’è granché (di nuovo) e neppure di così nuovo, il senso di (piccola) delusione è inevitabile. Perché se dentro il pacco non c’è stupore né sorpresa (leggi: apprendimento, scoperta del nuovo, approfondimento…) di un pacco trattasi. Bello, retoricamente stimolante. Ma è pur sempre un pacco.
Dice il rapporto che gli italiani - e noi con loro, beninteso - debbono imparare a desiderare nuovamente. A nutrire desideri meno esangui (e pure meno anarchicamente sregolati). A far funzionare meglio (sic!) il proprio inconscio, prosegue la raccomandazione del Censis. Peccato che l’inconscio, come dice la parola stessa e come sottoscriverebbe pure Frassica, uno degli indimenticati eroi di “ Quelli della notte”, non è una “macchina” che funzioni a comando. Con buona pace dei rimandi ai signori Jung e Freud. Che dall’alto (o di lato) del posto in cui si trovano chissà che risate si stanno facendo.
Cambieremo, cioè torneremo a desiderare e a mettere in atto “cose” rispettose, civili, sane, propulsive, dinamiche e vincenti per il paese, solo quando toccheremo il fondo. Perché? Perché siamo fatti così. E questa è la brutta notizia. Quella bella è che ci siamo vicini. Vicinissimi.
Non disperiamo e (soprattutto) rimettiamoci a desiderare. Senza scordare, come il professor De Rita avverte, che il desiderio nasce dalla mancanza. Sante parole. Vero Catalano? |