
Uno dei modi più raffinati di mandare un accidente al nostro prossimo ce lo regala la cultura ebraica. “Ti auguro di vivere in tempi interessanti” recita il raffinato maleficio. E i nostri ultimamente sembrano ogni in giorno, è il caso di dirlo, tempi sempre più interessanti.
Dopo la crisi finanziaria più grande di sempre e la conseguente ricaduta economica, abbiamo nell’ordine subito:
· la globalizzazione a misura di denaro e non di uomo
· l’affacciarsi di un nuovo player di livello mondiale, la Cina, scandalosamente lontano dai canoni della civiltà occidentale: valore della vita e rispetto dei diritti dell’uomo
· il surriscaldamento globale e i conseguenti disastri climatici
· il perdurare di una infinita guerra (Afghanistan) non risolvibile sul piano puramente militare
· attentati e minacce di attentati
· la sacrosanta quanto imprevista rivolta dei giovani nordafricani contro regimi feudali e dispotici
· il disastro atomico giapponese.
Il minimo comun denominatore di questi fenomeni crediamo sia il rapporto tra l’uomo e la tecnica, ovvero il tema centrale della ricerca filosofica del Novecento.
Dalla rivolta nord-africana a mezzo Twitter, alla crescita della Cina quale officina del mondo, ai demenziali programmi di vendita automatica dei titoli di Borsa, è la tecnica il collante e il veleno del nostro tempo.
Tecnica e non tecnologia che, si badi bene, sono due cose assai diverse. La prima sottintende la negazione dell’umano alla macchina e ai materiali; mentre la seconda ci consente di progredire se non addirittura di sopravvivere: “senza tecnologia niente cloroformio”, recita la vecchia battuta di un insegnante di Anatomia.
Ma quando la scienza (e la sua declinazione applicativa: la tecnologia) si fa pura tecnica, l’umano (l’essere, dicevano i filosofi del Novecento) impallidisce sino a sparire. Non conta più. Non ha importanza alcuna. Come nel caso degli sciagurati giapponesi, costretti loro malgrado al ruolo di cavie nucleari dell’umanità. E, corollario ancor più spaventoso, condannati a subire le menzogne del loro governo.
Viviamo in tempi interessanti, non c’è dubbio.
Ma qualcosa inizia a cambiare. Ad esempio, la nostra presunzione d’onnipotenza. Forse, lentamente, stiamo imparando che il modo di produrre-consumare-vivere che abbiamo ereditato dal secolo scorso non è più sostenibile, fermo restando che lo è stato solo per un stretto dieci per cento dell’umanità. Il restante novanta, ciccia come si sul dire.
Siamo di fronte a quello che un grande studioso di storia della scienza, T. Kuhn chiama cambio di paradigma?
Se così fosse, non si tratta di darsi al pauperismo francescano, mangiare bacche e vivere a lume di candela. Se c’è un grande problema per gli esseri umani, è altrettanto vero che possiamo trasformarlo in grande opportunità.
Nuovi modi di produrre energia. Nuovi modi di consumare, vivere, scambiarsi beni e informazioni. Nuovi modi di stare in relazione (economica, commerciale, tecnologica, scientifica, culturale) senza dover necessariamente entrare in conflitto. Perché la Terra è una sola e il teletrasporto, per il momento almeno, non è ancora alla nostra portata.
E’ un passaggio difficile. Probabilmente più che difficile. Ma inevitabile. E qui sta il bello, anche terribilmente stimolante.
Un augurio affettuoso e solidale ai nostri amici giapponesi e al loro grande coraggio. |