
L’altra sera 8 e mezzo, la trasmissione di approfondimento de “La Sette”, ospitava il gelido Rampini, editorialista e giramondo, e Luca Zaia, l’unico politico che nel ruolo di Ministro dell’Agricoltura abbia raccolto elogi sia da destra che da sinistra. Oltre che da Carlo Petrini di Slow-food che vale doppio.
Il tema, tanto per cambiare, era il tramonto dell’Occidente. Detto per inciso è da un secolo, dai tempi di Spengler per intenderci, che questo benedetto Occidente declina, ma pur tuttavia le tesi di Rampini sulla perdita di potere e prestigio degli USA apparivano (purtroppo) inoppugnabili. Così come le conclusioni di Zaia: siamo la nazione con la più alta vocazione al talento e alla bellezza, ritorniamo alle nostre origini facendo concorrenza alla Cina nell’area della qualità, dell’alto valore aggiunto, della produzione di qualità. Bene, bravi, 7+.
Invece, quel che invece capita ogni giorno nel paese reale è diverso. Tanto. A noi che siamo una boutique del su misura, del lavoro concepito come artigianato di alto livello e venduto a prezzi ragionevoli e di mercato, capitano vicende quotidiane che lasciano come storditi. Ci chiama il tale e ci chiede, al volo naturalmente, una quotazione. Pronti via. Si tratta di… intervistare 100 farmacisti, categoria che notoriamente se ne sta quasi tutto il giorno con le mani in mano, sull’atteggiamento di consumo X da parte del target Y. Purtroppo non si può concentrare la ricerca in grandi centri: Milano, Roma, Napoli, Bari, Torino, come vorrebbe scienza e coscienza. No, la ricerca deve essere condotta in piccoli centri: Caltagirone, Pieve di Sacco, Cortona, Chioggia, Salsomaggiore Terme, Pinerolo…
Ci attiviamo. Reclutiamo i ricercatori, le ricercatrici in grado di fare un lavoro “a misura di” e in grado di relazionarsi in maniera ineccepibile con quella figura bifronte che è il farmacista in Italia: medico da un lato, commerciante dall’altro. Detto in altri termini, una figura professionale non proprio facile da intervistare con un questionario esteso: il tempo è denaro, si sa.
Il mestiere (e il buon senso) insegnano che i ricercatori, le ricercatrici, vanno scovati ad uno ad uno, ottimizzando il tempo di spostamento tra la loro abitazione e il piccolo (“mi raccomando! che sia piccolo!”) centro abitato della stretta e lunga penisola nella quale abitiamo.
Alla fine, quotiamo. Felici. Un lavoraccio, certo. Ma, sembra, l’abbiamo portato a termine (moderati applausi in ufficio).
Ci chiama il cliente. Potenziale. Serafico, ci comunica che ha deciso di utilizzare una persone che per un decimo della cifra da noi quotata, si farà tutti i paesi e (beninteso) tutti i farmacisti. Peccato che questo piccolo particolare ce lo riveli solo a quotazione ottenuta, avendo per di più la faccia tosta di chiedere delle eventuali interviste a completamento del lavoro svolto dalla sua delegata “so cheap”, come direbbe Rampini che ha girato il mondo.
Non solo a prezzi “cinesi” prima maniera, ma per di più con i tempi di Superman smessi i panni di Clark Kent.
Poiché purtroppo per noi siamo nati nel secolo scorso, sappiamo bene che i casi sono due. O il cliente (potenziale) ha mentito sui costi, oppure – sì è triste ma tertium non datur – farà ciò che accade molte volte. Diciamo, chi vuol capire capisca, che probabilmente condurrà un’indagine metodologicamente molto, molto discutibile. E tralasciamo per amor di patria di sottolineare che le interviste una volta raccolte sono come le fragole: vanno “lavorate” e disposte ad una ad una in vaschetta…
Il cliente lo sa? E’ alla sua prima esperienza di ricerca? Si fida in perfetta buona fede? Oppure si comporta come le tre scimmiette non vedo/non sento/non parlo? Non lo sappiamo. E probabilmente non lo sapremo mai.
Quello che invece sappiamo benissimo è che usare dati farlocchi, come una Duna taroccata, non serve a nessuno: non si impara niente, non diminuisce il rischio d’impresa, non si prendono decisioni a partire dai fatti. Peggio: si corre il rischio di prendere decisioni disastrose per il futuro dell’azienda. Decisioni dalle quali dipende “la qualità superiore del lavoro” che tutti in questo strano paese invochiamo come il sangue disciolto di San Gennaro.
Morale della storia. Senza ricerca scientifica, valorizzazione del patrimonio culturale, artistico, paesaggistico, eno-gastronomico eccetera eccetera siamo nei guai. Ma se continuiamo a pensare che fare “business” corrisponda a “prendere le scorciatoie”, siamo nel guano. Che sarà pure il più nobile dei concimi animali, ma sempre deiezione resta.
Il cioccolato è cioccolato. Quando poi è “fatto particolarmente bbuono”, costa quello che deve costare. Se no è un’altra cosa, sia pure marrone. |