
Scrivono i giornali americani che per i mall e gli ipermercati il vero rivale torna ad essere il commercio online. Che negli USA si chiama Amazon, Zappos e, per quanto riguarda i prodotti alimentari, DirectFresh. Il nemico dei punti vendita tradizionali non sarebbe più quindi il calo dei consumi generalizzato. Crisi finita? Passata la bufera udiam gli uccelli far festa?
Ascoltando le parole piene di intelligente sospensione del giudizio (un tesoro raro in un mondo dove tutti urlano spacciando opinioni per assolute certezze) pronunciate da Zigmunt Baumann l’altra sera a “Che tempo che fa”, parrebbe proprio che no. La bufera non è passata. Forse si è solo nascosta e si prepara a ricomparire con un altro aspetto, un altro volto che, come al solito, riconosceremo in ritardo.
Senza scomodare calcoli complessi che certamente non sono alla nostra portata, basta fare due moltiplicazioni e due semplici somme per comprendere che no, le risorse della Terra non consentono a tutti gli abitanti (circa 7 miliardi) di praticare lo stesso stile di vita di cui gode un comune cittadino di Varese, Zurigo o Boston. Eppure tutti i nostri condòmini planetari hanno gli stessi diritti di cui noi godiamo da qualche decennio: non scordiamoci che fino al 1970 i migranti eravamo noi…
La storia giapponese poi - la brutta, orrenda storia: dopo la tragedia, la menzogna reiterata per un mese sulla natura della tragedia stessa – ci ricorda che gli esseri umani hanno dei limiti. E quando li superano le conseguenze sono sempre, sistematicamente, terribili.
Eppure i commerci, il Pil, il tasso di felicità medio, la ricerca della piena occupazione (eccetera eccettera) sono obiettivi sensati o quantomeno vitali. Abbiamo bisogno di crescere. Di produrre. Di vendere. Di acquistare. Altrimenti torniamo all’età della pietra. O restiamo impuntati come un asinello sardo, come sta capitando a noi in questo triste inizio di millennio.
Che fare? In questi giorni Milano è un tripudio di bandierine rosse e bianche che segnalano eventi, incontri, scambi, presentazioni, giochi per adulti: è la settimana del Salone del Mobile, una delle poche cose autenticamente mondiali che ci siano rimaste; una manifestazione in grado di attirare curiosi e “addetti ai lavori” da tutto il mondo, compresi molti amici giapponesi verso i quali nutriamo una profondo senso di solidarietà e di rispetto per il loro coraggio e la loro dignità. (Come testimonia la scrittrice Dacia Maraini che trascorse l’infanzia nell’Impero del sole, pare non si sia verificato neppure un atto di sciaccallaggio e che la principale preoccupazione di tutti sia quella di aiutare gli altri prima ancora che se stessi).
Il Salone del Mobile è solo un esempio, ovviamente. Un esempio di gioiosa collettiva follia, essendo la maggior parte dei prodotti esposti di totale insensatezza commerciale, funzionale e pure estetica – ma anche (scusate il walterismo) di grande felice creatività.
Quella dote che ci ha tirato fuori dal guano molte volte nella nostra storia di nazione recente.
Potrebbe essere questo il segnale da dare a noi stessi e al resto del mondo che (giustamente) vuole una doccia calda tutti i giorni e qualcosa di più e di meglio di una tazza di riso freddo per cena. La risposta si chiama creatività unita alla cultura del progetto. Crediamo sia questa la migliore risorsa del pianeta, la sola che non si esaurisce con l’uso ma anzi aumenta; l’unica che non inquina, ma anzi più la si usa e più arricchisce. Ai matematici, categoria che istintivamente sa unire la creatività al metodo, basta una stanza ragionevolmente riscaldata e una lavagna per produrre pensiero che a sua volta produrrà ricchezza.
Quand’è che ci decidiamo a decretare chiuso, terminato (e per sempre) questo nuovo orrendo Medioevo che sembra non finire più? |