PELLEGRINAGGI CONTEMPORANEI |  |
| | 3-Giugno-2010 | | Topics: giugno-10 |  | | 
Inaugurati a Roma il Maxxi e il Macro, due nuove straordinarie strutture museali il cui nome – nomina sunt omina, come affermavano giustappunto i latini - la dice tutta. Sulla volontà di magnificenza. Di grandezza, spaziale e non. Di stupefazione. Perché ne parliamo? A parte il fatto che sono opere letteralmente “fuori dall’ordinario” realizzate da due archistar donne, cosa che in un mondo iper–maschilista qual è il nostro già basterebbe a fare notizia, la cosa che riteniamo interessante dal punto di vista professionale è che il Maxxi e il Macro sono due punti vendita. Come i loro parenti e affini Beauburg di Parigi, Guggenheim di Bilbao, per restare sugli archetipi del genere. Quale genere? Il contenitore che diventa l’oggetto d’interesse primario in luogo del contenuto; l’oggetto museale che strappa il primato di “opera d’arte” (e di capo-lavoro) alle opere d’arte (ai capo-lavori) che ospita, espone, propone. Generando un fenomeno totalmente nuovo di pellegrinaggio, quello artistico che muove ogni anno masse di centinaia di migliaia di visitatori: di clienti che accorrono ad acquistare un’esperienza estetica.
Come se il negozio inteso come puro e semplice oggetto architettonico diventasse molto più rilevante (importante, seducente, interessante) della merce che espone, degli scambi e delle relazioni che si possono esperire al suo interno. Come se il cartone che contiene la pizza assumesse più valore del contenuto che protegge. Come se il packaging di una bevanda (acqua, birra, soft drink) acquistasse molto più significato rispetto a ciò che contiene. (Beninteso, ammesso che già non sia così…) Dal canto nostro non vediamo l’ora di giocare con il Maxxi e con il Macro, che è poi è il solo modo sensato di consumare l’arte contemporanea. Per quanto riguarda gli aspetti produttivi e relazionali di tutti gli altri punti vendita, siamo dell’opione che contenitore e contenuto (e quindi forma e contenuto) debbano stare in equilibrio. Un equilibrio precario, da perdere e ritrovare costantemente. Che permetta di stare ma anche di muoversi nello stesso tempo. |
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