
Agli italiani piacciono un sacco le nuove parole. Specie quelle inventate. Quelle che sono un calco di qualcosa d’altro, un’imitazione per analogia, una clonazione (apparentemente) logica. Se ne innamorano perdutamente e non le lasciano più. Parole che siamo i soli al mondo ad usare. Come telefonino in luogo di portatile o cellulare. Una sorta di creazione a suo modo affettiva che umanizza sia pur bamboleggiando, quello che altro non è che se non un elettrodomestico, come l’aspirapolvere o il frigorifero. (Ma chissà perché nessuno hai mai detto “frigoriferino”?)
Oggi è tornato di moda (ma è stato mai fuori moda?) il verbo rottamare. In modo diretto o sottinteso, si rottamano nell’ordine: i (supposti) vecchi abiti, i reggiseni nello specifico, l’intimo nel suo insieme e, visto oggi fresco di giornata sul quotidiano di riferimento, un bel paginone dedicato alla rottamazione degli occhiali di marca. Però, solo in caso di rottura delle montature. Da vista. (Perditempo e spericolati su snowboard astenersi).
Certo, è un sintomo. E brutto pure. Significa che siamo malati di vendite scarse. E quindi le marche (giustamente) fanno di tutto per praticare uno politica di sconto senza perdere la faccia. Ma c’è un ma. Grande come una casa (grande). L’altra sera abbiamo potuto ascoltare per qualche minuto quel galantuomo di Onida, ex Presidente della Corte Costituzionale, candidato sindaco alle primarie di Milano. Un signore vitalissimo nonostante sia agée, come con garbo viene definita una persona che (purtroppo ma anche perfortuna) giovane non è più. Tra le cose interessanti che raccontava, una ci ha colpito in modo particolare. Narrava d’aver incontrato nel corso delle sue peregrinazioni di candidato ad un’idea di candidatura, di un luogo a Milano (una piazza, un circolo?) un grupppo di signore, vispissime e agée come e più di lui, che promuovevano con un banchetto e t-shirt dedicate un movimento per la rinascita delle buone maniere. Insomma, tutto un trionfo di “prego, scusi, dopo di lei, la ringrazio, è stato un piacere…” ed altre locuzioni verbali che sottintendono garbo, educazione, gentilezza, rispetto. In una parola, civiltà del vivere in comune.
E’ stato allora che inevitabilmente ci siamo chiesti come mai nei negozi, nelle agenzie bancarie, nelle concessionarie d’auto, in farmacia, tra gli scaffali dei supermercati e in genere nei luoghi di scambio commerciale di ogni ordine e grado, alberghi spensieratissima la più grande cafonaggine mai registrata nell’ultimo ventennio della nostra storia patria. Forse, ci siamo chiesti stupiti, si tratta di un’astuta strategia per far sentire a proprio agio clienti cafoni come e più dei venditori? Nel dubbio, prima di mettersi a rottamare - ultima spiaggia della tentata vendita – siamo dell’idea che bisognerebbe ragionare su quello che accade nei negozi. E magari fare qualche conto. E comprendere che, nel breve nel medio e nel lungo periodo, è molto meglio investire in qualità. Non solo quella estetica, per intenderci. |