
Come quasi ogni mattina suona la sveglia. La prima notizia che siamo in grado di capire ci sembra una trovata da dj, una roba di quelle che inventava Renzo Arbore ai tempi di “Quelli della notte”. Tempo di alzarci e l’abbiamo già scordata.
Ma aprendo la posta la troviamo qui, inviata da una Laura Giunti più imbufalita di un proprietario di bond argentini. Quindi è vera. La notizia. Anche se non sembra vera. Quindi può essere vera. Anche se non è verosimile.
C’è che vendono un’isola di 17 ettari a 1,44 euro al metro quadro. Un posto così bello e unico e meraviglioso che altrove, ovunque anche in Stupidistan, proteggerebbero meglio dell’albero delle Esperidi. Non un’isola delle pur valide Sandwich Australi (date un’occhiata anche superficiale a Google Maps e vi renderete conto della portata dell’esempio).
La cosa che ci fa perdere il lume della ragione non è tanto e non solo che vogliano vendere una cosa invendibile come un Piero della Francesca. La cosa orribile è che, come troppo spesso accade negli ultimi anni (decenni?) questa sceneggiata non solo è stupida, ma è pure finta come una gondola di plastica. Come la sceneggiata di Totò che cerca di vendere a Peppino la Fontana di Trevi. (Imperdibile! La trovate di certo su You Tube). Perché (grazie al cielo) interverranno le Belle Arti, la Protezione della Foca Monaca, i Vigili del Fuoco, i Carabinieri a Cavallo, la Tutela dell’Ambiente, le Belle Arti, l’Associazione Balletto Classico Nuragico… e le altre dodicimiladuecentodiciassette organizzazioni che dovrebbero tutelare gli italiani e soprattutto il patrimonio naturale italiano ad impedirlo. E di fatto “qualcuno” e “qualcosa” miracolosamente impediranno l’assurda vendita. Ma allora che senso ha indirla?
Una farsa figlia del paese che non a caso ha inventato la “Commedia dell’Arte” dove tutto è finto, di cartapesta, tutto è un raggiro che poi alla fine, bene o male, s’aggiusta. Come nelle commedie di Goldoni. Come nella tradizione dei Pulcinella, Arlecchino, Brighella, Balanzone, Colombina… Dove tutto acquista per qualche istante le sembianze dell’autentico e del grave, e invece è solo finzione e gioco teatrale.
Si potrebbe sempre concludere che, in fondo, meglio vivere come Arlecchino piuttosto che alla corte dei Burgundi. Meglio rischiare, nel peggiore dei casi, una pedata nel fondoschiena piuttosto che la fine di Sigfrido nell’Oro del Reno. Insomma, meglio la farsa al dramma. Meglio la commedia alla tragedia. Meglio gli italianuzzi dei tedeschi di Germania.
Peccato però, che lo sport preferito da noi italiani sia la trasformazione deformante. Siamo talmente dotati in quest’arte che riusciamo a cambiare in buffonerie da artisti di strada (mangiafuoco, saltimbanchi, suonatori di organetto, giocolieri…) persino metodi, tecniche, strumenti di analisi, comparazione e confronto, che altrove sono invece impiegati per quello che sono in realtà: strumenti per comprendere e (tentare) di migliorare.
Poiché non abbiamo mai creduto alla facile teoria dei codici culturali inscritti nei DNA dei popoli e delle etnie che attribuiscono a questo o quel paese vizi e virtù variamente assortiti (i belgi tonti secondo i francesi; gli scozzesi i più avari del mondo; gli abruzzesi forti e gentili, i piemontesi falsi e cortesi, eccetera eccetera…) non ci resta che constatare quanto sia aumentato negli ultimi decenni il numero di coloro i quali deliberatamente amano farsi pendere per i fondelli. (Riferito al business, ovviamente).
E poiché - come aveva scoperto quel signore là verso la fine del Seicento che “la moneta cattiva scaccia sempre quella buona”, avvertendo così il suo sovrano che non era proprio il caso di mettere in circolazione più moneta di quante fossero le riserve auree disponibili – il Belpaese è ultimamente condizionato da una pletora di gonzi. Che come il personaggio del più grande racconto italiano dell’Ottocento, nella speranza di divenir ricco seminava le monete d’oro nell’Orto dei Miracoli. Ma Pinocchio, se non erriamo, si fece abbindolare dal Gatto e dalla Volpe per amore del padre.
Tonto, certo. Ma almeno affettivo e sentimentale. Altro valore che ultimamente pare abbiamo sconsolatamente perduto. |