
Che Fabrizio Tarducci, in arte Fabri Fibra, ci stia musicalmente antipatico non crediamo dipenda da ragioni per così dire generazionali. Nel senso che ci sarebbe stato sulle scatole anche quando avevamo vent’anni proprio come non garba oggi a un sacco di suoi coetanei.
Eppure il rapper di Senigallia è “una cosa” che ti fa pensare. Innanzitutto perché, caso più unico che raro nel panorama piacionesco italiano, si è da sempre ritagliato un ruolo di antipatizzante che – udite, udite – odia sopra ogni cosa l’ipocrisia, l’inautenticità, il finto per convenienza.
Forse è possibile che il nostro sia il risultato di raffinate scelte di marketing compiute da astuti discografari nutriti sin da piccoli a pane e volpe come si diceva una volta.
Eppure quando si leggono dichiarazioni del tipo: “Se il sistema ti offre come valori denaro e tette, la “controcultura” è lavoro, fatica, voglia di lottare per raggiungere qualcosa in cui credi, diventa francamente difficile limitarsi a voltare pagina alzando un sopracciglio.
Una tendenza quella della nausea da piacionismo ipocrita che si manifesta prepotentemente anche attraverso uno che da sempre, praticamente da quando era bambino, è sempre stato se stesso. Nel bene e nel male. Quel Valentino Rossi che all’intervistatore che gli riporta frasi al veleno pronunciate da avversari sino a ieri miti e osannanti, ha il becco di rispondere che sì, è meglio così. Molto meglio di quando andavano in giro a dire che da bimbi tenevano la sua foto nella cameretta.
Vero. Falso. Finto falso. Finto vero? Come la storia della filiera alimentare italiana che per un vuoto legislativo sulla tracciabilità degli ingredienti ci propone prodotti dichiarati DOC e DOP e DOCG per un valore stimato intorno ai 60 miliardi di euro all’anno. Ma il grano, tanto per dire, non viene dal Tavoliere delle Puglie, bensì dalla Bulgaria. Alla faccia della cultura del territorio e dell’agro-alimentare che, come diceva un nostro amico amante del surreale, si decidesse una volta per tutte cosa preferisce essere e non se ne parli più. Uno scherzetto questo che, pare, consente risparmi produttivi stimati intorno al 40%. Uno dei più classici autogol all'italiana, tipo i Musei chiusi il giorno di Pasqua per mancanza di personale. Perché (è il caso di dirlo?) se l’ingrediente del made in Italy è coltivato a Bělá pod Bezdězem, è dura che il sapore sia simile al suo analogo di Cerignola. Lavoro, fatica, voglia di lottare per raggiungere qualcosa in cui credi. Questa la “controcultura” di Fabri Fibra, che è poi anche il titolo dell’album che sta per uscire e che ovviamente ci guarderemo bene dal comprare. Buffo, però. Perché basterebbe un pezzetto qua e là di questa controcultura. Per smetterla di dire senza poi fare. Per piacere un po’ meno e fare un po’ meglio. Per piantarla lì con il vizio nazionale di provare a vendere la Fontana di Trevi e pure la mozzarella. Quella che la bufala è lei stessa medesima. |