LADRO? SÌ, MA PER PIACERE! |  |
| | 19-Novembre-2010 | | Topics: novembre-10 |  | | 
Detta papale papale, il Centre for Retail Research è un istituto che monitora il tasso di ladrosità nei punti vendita in tutto il mondo. La metodologia è semplice come, appunto, infilarsi una bottiglia di scotch sotto la giacca e prendere l’uscita. Per quanto ci riguarda, in Italia hanno risposto all’indagine catene forti di oltre 4700 punti vendita. Come dicevamo (con malcelata invidia) la metodologia è semplice come il meno e il più che si insegna alle elementari. Tot entra, tot esce. Tot resta in stock. Peccato che questa aritmetica al limite del banale non funzioni. Nel senso che fra il più delle entrate e il meno delle uscite si registri ogni anno in tutto il mondo un differenziale gigantesco derivante banalmente da una sola ragione. Se il ragioniere che fa i conti non si è bevuto il cervello, la cifra che manca fra entrate e le uscite dovute alle vendite deriva dai clienti (diciamo supposti tali) che invece di pagarla la merce preferiscono imboscarsela.
Ora da che mondo è mondo, si sa che la tentazione fa l’uomo ladro. Figurarsi poi se noi in Italia, che di furti e furtoni ce ne intendiamo, ci si stupisce o scandalizza. Eppure sono numeri che fanno pensare. Nella sola Europa sono più di tre milioni i “distratti” beccati con la bottiglia di scotch sotto la giacca (o forse era rubata pure la giacca?). Ma quello che è peggio sono i dipendenti, che come dice la parola stessa, “dipendono” da quel punto vendita. Nell’ultimo anno circa centoventimila sono stati cuccati a furtare l’argenteria di casa. Morale. La GDO in Europa ha perso una novantina di miliardi di euro, in Italia più di tre. Miliardi, mica noccioline. Soldi che, by the way come ama dire Laura che sa fare i conti, finiamo col pagare noi clienti “regolari”. Va be’, diranno i nostalgici dell’egualitarismo socialista stile DDR, varrà dire che a rubare saranno i poveri; con la crisi che c’è, avranno pure ragione a rubarsi - che so – lo sfilatino di pane o gli spaghetti Barilla. Errore. Da matita rossa (appunto). Non si ruba la mortadella. Il golf di lana per il piccino e neppure la sciarpa per il nonno che soffre di cervicale. Quelli che vengono rubati sono prevalentemente prodotti di lusso. Come ai tempi dell’esproprio proletario (allora andava di brutto il Chivas) oggi il “cliente” furtoso si aggira tra le griffe e ruba prodotti di lusso o di tecnologia up to date. L’alimentare – roba da poveracci che fa pure ingrassare – si classifica solo al quinto posto di questa particolare hit parade. Che fare? Ai concittadini furbetti che rubano il lusso per il lusso, verrebbe la tenzazione di applicare la legge islamica. Ma (per fortuna) non si può e soprattutto non si deve. Sono i dipendenti tendenza “Alì Babà” che ci lasciano sconcertati. Sono loro il vero problema. Sono arrabbiati (eufemismo) con l’azienda, con il capo, con il collega? Fanno un mestiere che li frusta peggio che un’adultera a Theran? Sono infelici, maltrattati, incompresi? Sono tristi, depressi, infelici? O più semplicemente, senza scomodare il dottor Freud, perché non si riconoscono in quello che fanno? Noi continuamo cocciutamente a credere che sia un problema di selezione. E poi di formazione. Di motivazione. E di controllo. Perché questa è la “merce” che vendiamo? Certo che sì, anche per questo. Ma soprattutto, è perché siamo fermamente convinti che far studiare il violoncello al ganzo con i jeans a mezza coscia sia probabilmente inutile come tentare di vuotare il mare col cucchiaio. A ciascuno il suo. E ciascuno a se stesso. A cosa può essere. A cosa vuole diventare. A cosa può, ragionevolmente, diventare. Ma se chi ha la disgrazia di essere giovane oggi, non ha nessuno che gli dica dove andare né cosa fare di sé, cosa ne sarà di lui (di lei) fra dieci anni? E cosa sarà di noi in queste città sempre più sgradevoli e piene di insospettabili ladri? |
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