
La prima impressione è quella che conta. Ce lo dicevano, ricordate?, le nostre mamme il primo giorno di scuola. Effettivamente la prima impressione conta nel condizionare se non il nostro giudizio, almeno la nostra disponibilità. Ma qualche volta, mica tante a dire il vero, si rivela sbagliata.
Come dimostra questa storia, cominciata male, proseguita peggio. Ma conclusa con un happy end inatteso quanto sorprendente.
La vicenda, tanto per cambiare, riguarda una ricerca. La richiesta arriva dall’estero. Non chiedeteci il perché, non lo sappiamo neppure noi, ma in questo periodo andiamo forte con l’international. (Laura Giunti sostiene fermamente che è in atto un passaparola meritocratico. Io preferisco essere più vago e scaramantico…).
Il cliente è spagnolo. La ricerca riguarda le abitudini culinarie italiane (ahi…) e l’obiettivo genericamente dichiarato è quello di studiare nuovi prodotti per il mercato italiano.
Metodologia di ricerca proposta: interviste in profondità a signore che quotidianamente cucinano per la propria famiglia. (Per intenderci, escluse tutte quelle che fanno cucina “con le forbici”). Per la serie “facciamoci del male da soli”, proponiamo che le interviste avvengano:
a) nelle case delle signore all’ora di pranzo o cena
b) durino come sette puntate di “Beautiful”, poiché sono necessarie almeno quattro ore (oltre all’ntervista vera e propria, l’indagine prevede l’osservazione della preparazione delle pietanze e la consumazione delle suddette insieme ai componenti della disgraziata famiglia…)
c) e dulcis in fundo, vengano pure intervistati i familiari, poveretti.
Un approccio completo che comprende sia le interviste qualitative in profondità che l’osservazione diretta “nel punto di produzione e di consumo”. Come da tradizione Evolvere, per intenderci. Ah, scordavamo: il tutto viene pure video-filmato con telecamera “manifesta”. Una roba alla “Grande Fratello”, insomma.
Cliente entusiasta? Diciamo come Raul Castro alla riapparizione pubblica del fratello Fidel. Oltre a comunicare poco e male su cosa vuole davvero capire e conoscere, sui veri “perché” della ricerca e sulla definizione “fine” del target, costringendoci a continue richieste e puntualizzazioni, il nostro cliente vuole il report “cotto e mangiato” (sì, questa volta in senso letterale) in 48 ore. Sì, avete letto bene. Neanche l’analisi delle urine, con tutto il rispetto per il nobile liquido organico, te lo fanno in 48 ore. Abbiamo combattuto e naturalmente perso, capitolando per la miseria di cinque giorni di tempo rispetto ai dieci che sensatamente chiedevamo.
Cinque giorni per
· analizzare i risultati del moderatore
· analizzare 15 ore di girato
· correlare i dati
· pensare (sì, anche questo fa parte del nostro lavoro)
· scrivere il report (in inglese, by the way)
significa lavorare night and day. Una roba che non fanno più neppure i cinesi immigrati illegalmente in zona Paolo Sarpi, Milano, Italia.
Come se non bastasse, la cifra stilistica della comunicazione appartiene al genere “voglio comando e posso”. Un’arroganza che solitamente svela il cliente di tipo padronale. Insicuro, perché ansioso. Ansioso, perché (probabilmente) scarsamente abituato a fare ricerca in un certo modo.
Ma oltre alla sgradevolezza relazionale, quel che è peggio è che il cliente sembra non preoccuparsi dei problemi che la ricerca comporta. E’ chiaramente infastidito dai nostri suggerimenti, come se i nostri “warning” fossero bizantinismi, menate, inutili lungaggini, barocchismi. Mentre invece, scusate il didascalismo, sono i “ferri del mestiere” che ogni buon ricercatore impiega per prevenire, prima ancora che risolvere, gli altrimenti inevitabili “trappoloni” che ogni ricerca che indaga fenomeni profondamente simbolici come il rapporto con il cibo, la socialità familiare, l’oralità, il ruolo del materno nell’attuale società liquida, il doppio-triplo ruolo della donna (eccetera, eccetera, eccetera) comporta. Qualcuno quest’area concettuale la chiama Antropologia culturale. E’ una scienza. “Debole” come tutte le scienze umanistiche, ma pur sempre una scienza, non un capriccio.
Qualche esempio? Ma sì, dài.
Gli italiani considerano sacro il fine settimana. Il momento del pasto in famiglia è un momento di intimità, per cui trovarsi un moderatore in casa per quattro ore (che poi sono diventate cinque…) che ti fruga anche nella dispensa e ti filma mentre cucini e poi mentre mangi, non è facile. Per nulla. A meno che non si voglia scientemente inventare. La ricerca. I dati. Le evidenze. Un’arte quella dell’invenzione nobilissima che gli umani chiamano “letteratura” e che purtroppo non ha nulla a che fare con la ricerca. Di mercato e non.
E’ stato complicato. Difficile. Incasinato. Ma ce l’abbiamo fatta. Impacchettato il lavoro (tre report, i filmati, le foto, gli approfondimenti…) nei tempi concordati, non ci si aspettava nulla di più che il pagamento della fattura in tempi regolari, cosa non così frequente di questi tempi. Punto e fine. Saluti alla signora e grazie per le magnifiche rose, come scriveva Arbasino quando voleva sfottere un certo mondo e una certa (fittizia) relazionalità sociale.
E invece, dopo un paio di giorni arriva un messaggio. E’ per il nostro moderatore, quello che ha tormentato le famiglie. Ma riguarda anche noi. Il cliente spagnolo dice: “Your reports are very complete and insightfull, they are really helpfull!”
Bello? Molto. Gratificante? Certo che che sì.
Ma non sarebbe stato più semplice - e più motivante - lavorare così sin dalla benedetta prima impressione? |