
L’altro giorno “eravamo riuniti” come si dice in gergo con Nadia Bonfanti di e-one. Nadia stava proiettando a palla una sua demo, non sappiamo se più interessante o più bella, sulla gestione delle community. L’esperienza che ci stava commentando ci appariva sempre più significativa man mano che, dia dopo dia, ne coglievamo il valore paradigmatico e di conseguenza potevamo comprenderne l’universalità applicativa.
(Detto per inciso, i paradigmi sono strumenti indispensabili che ci aiutano a comprendere la realtà che si evolve in modo radicale e vorticoso)
In questi casi le domande d’obbligo come sempre sono tre:
1. A cosa serve una community
2. Come funziona una community
3. Come la si crea e la si gestisce
Poiché la cosa che temiamo persino più della peste bubbonica è la noia, ci guardiamo bene dal metterci a sdottorare sul tema.
Diciamo solo che…
1. (parafrasando Von Clausewitz) una community è il proseguimento della politica (commerciale) e ne è al tempo stesso la sua premessa
2. è il modo più intelligente, più efficace ed efficiente, di costruire, mantenere e accrescere la relazione con il cliente e con i clienti (che sono due cose distinte)
3. è il modo più attuale (un tempo avremmo scritto up-to-date ma ci dicono che questo termine è fuori moda al tempo del web 3 punto zero che pare stia per arrivare) per analizzare, monitorare, comprendere il mondo, se stessi e i competitor. E di conseguenza agire con cognizione di causa e non a membro di segugio, come si dice a Veterinaria.
Per chi volesse saperne di più sui fondamentali di una community, consigliamo di farsi un giro prolungato su FarmVille e/o su Battleknight. Il gaming, come si dice in gergo, ha parecchio da insegnarci, a noi e alle aziende. La controprova? Osservate con quanta serietà giocano i bambini. |