La rosa e il giardiniere


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IL PAESE DOVE FIORIVANO I LIMONI

17-Gennaio-2011
Topics: gennaio-11

Il tema è da far tremar le vene e i polsi, come diceva quel signore che dovette scappare da Firenze. Ma, anche nel nostro piccolo, non possiamo non farci i conti. Con il problema. Di cosa stiamo parlando? Di quella cosa che sino a pochi anni fa ci andava bene, se non benissimo. Delocalizzo di là, compro di qua, assemblo di giù e vendo nel negozio sotto casa. Una pacchia anche per il cliente finale che non batteva ciglio (e continua a non batterlo) se la maglietta griffata prodotta in Vietnam o in Cina costa la metà. Poi si sa come è andata. Come sta andando, cioè nel modo peggiore per la povera italietta. Alcuni dei paesi che sino a pochi anni fa si accontentavano della produzione “classica”, quella semplice, dura, inquinante, adesso stanno rapidamente scalando le classifiche del valore perché hanno imparato a fare sempre meglio cose sempre più complesse e quindi più profittevoli. I loro nomi li conoscete: India, Cina, Brasile. Altri, come Polonia e Serbia, continuano a farci concorrenza “dal basso”, grazie alle facilitazioni fiscali, agli incentivi di stato ed alle modeste pretese della manodopera locale. Modeste da tutti i punti di vista: salariale, normativo, di sicurezza.

E noi? Presi in mezzo alla tenaglia, stiamo belli zitti a tagliare fondi alla ricerca scientifica e a chiudere musei. Dice il grande pensatore Edgar Morin, novant’anni portati lucidissimamente, che la globalizzazione economica ha comportato cose positive, come la libera circolazione delle persone e delle idee; ma – aggiunge – purtroppo abbiamo importanto anche i ritmi di lavoro della Cina. Ecco, il punto crediamo sia dunque questo: come stare nella realtà senza cinesizzarsi. Come vivere al tempo della globalizzazione senza perdere i valori che hanno fatto dell’Europa (di una certa parte dell’Europa) uno dei luoghi più civili del pianeta. In soldoni, come salvaguardare la crescita economica senza massacrare la cultura della solidarietà e l’etica della responsabilità sociale. Senza negare l’inevitabilità della globalizzazione, come il povero Don Ferrante di manzoniama memoria negava l’esistenza della peste attribuendo la colpa dei malanni a nefaste influenze astrologiche. Perché, con buona pace della signora FIOM, la globalizzazione è come la forza di gravità: posso negarla finchè voglio, ma se metto male i piedi è certo che finirò per fare un capitombolo.
 
Che fare, oltre a lamentarsi, altro tipico sport italico? Un esempio viene dalla Germania. Contrariamente a quanto è stato fatto da noi, là la crisi è stata affrontata pianificando e concertando le soluzioni possibili. Gli addetti del settore auto, ad esempio, hanno accettato sacrifici durissimi (riduzioni salariali e addirittura spostamenti temporanei da un luogo di produzione all’altro) in cambio della certezza del posto di lavoro. E due anni più tardi, epicentro della crisi superato, si trovano con i salari più alti d’Europa, l’occupazione in crescita, una gamma di prodotti “premium” da far invidia. Il tutto senza ledere i principi del Welfare. Un percorso, è il caso di dirlo? seguito con attenta partecipazione da parte di un Governo, quello della signora Merkel, sollecito verso la programmazione del futuro del paese. Purtroppo, le cose da noi sono diverse. Parecchio. Il referendum Fiat è malinconicamente passato per il rotto della cuffia e lo scontro è stato così duro che ci vorrà del bello e del buono per rimuovere l’immensità delle macerie. Ma si sa, il nostro è un paese a forte vocazione sismica e i danni prodotti dai terremoti stanno lì per decenni. Quando va proprio male, anche per secoli.

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Tag: negozio, CASA, SIGNORE, tempo, globalizzazione, musei, mondo, settore auto, libera circolazione, ricerca, paesi, produzione, manodopera, realtà, ,,,,,,,


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