
Al telefono la voce dell’amico sembra sinceramente stupita. “Ma come, proprio voi che amate il Giappone non sapete cos’è un Maneki neko? Oltretutto – insiste – ce ne è uno in ogni negozio, ristorante, sala di pachinko e in qualsiasi punto vendita. Domani ve ne porto uno bellissimo!” conclude con un tono che non ammette repliche.
In effetti è vero, il Giappone ci è sempre piaciuto molto. Forse perché somiglia al belpaese, avviluppato com’è tra tradizione e modernità, passato e futuro, convenzione e innovazione. Amiamo soprattutto l’estrema eleganza della cultura giapponese: la ricerca dell’essenza, il perseguire senza sforzo apparente la perfezione e coglierla con un solo gesto per un attimo lungo come l’eternità.
Scopriamo così che esistono, come insegna l’ormai insostituibile Wikipedia, Maneki neko di ogni ordine e grado, stile e funzione; non solo statuette, ma anche portachiavi, salvadanai, deodoranti…
Così ieri, finalmente, siamo entrati in possesso di uno stupendo esemplare di "gatto che ti chiama" o “gatto della fortuna”. Un oggetto dorato perfino più kitsch di una gondola di Venezia in plastica da mettere sopra il televisore.
L’amico esperto in cose d’Oriente ce lo consegna imballato in una scatola di cartone più piccola del dovuto; gli spigoli inferiori palesemente ammaccati; le pile che fanno muovere la zampina del gatto sono diversa l’una dall’altra. E la violenta doratura giallastra contagia le mani al primo tocco.
L’amico ci guarda di sottecchi e sorride come chi sa d’averla fatta sporca: “Dài, mica è fatto in Giappone…! L’ho comprato in chinatown… Sì, lo so, è un’imitazione: ma mi hanno detto che funziona benissimo!”. Già. Di questi tempi anche la cultura shintoista non è più la stessa. |