
Ci riconosciamo perfettamente nell’opinione attribuita a Miuccia Prada (“La Corea mi ricorda l’Italia del dopoguerra: pieni di fiducia nel futuro e di voglia di fare. Noi invece sembriamo precipitati in un grigio Medioevo”) pur non essendo mai stati in Corea e senza alcuna intenzione di andarci. Nel senso che L’Italia sembra grigia e rinsecchita pure a chi come noi osserva il mondo da orizzonti più ristretti.
La domanda è dunque inevitabile e retorica: come si fa a ridare un po’ di colore a questo strano paese che tutto premia fuorchè l’intelligenza e il merito?
L’altro giorno siamo entrati in un piccolo esercizio in una piccolissima località di provincia. La persona che serviva ai tavoli ci ha spiegato che era lì solo per dare una mano. Che il suo mestiere era un altro, cose noiose come l’export, la ricerca di nuovi mercati, le spedizioni via nave, la creazione di reti commerciali ad hoc. Dopo qualche piccola domanda d’incoraggiamento, il “cameriere in prestito” ha preso la spinta giusta (l’andi, come dicono da quelle parti) e ha proseguito senza più bisogno di stimoli raccontando del mercato cinese e tailandese. Dei deliri e delle mafie da far east (per l’appunto). Della competenza gastronomica dei giapponesi. Della grande civiltà di olandesi e danesi (questa la sapevamo anche noi) del turismo eno-gastronomico, della cultura del territorio eccetera eccetera.
Ovviamente parla perfettamente l’inglese e il francese. Il tedesco invece un po’ meno. Avrà trent’anni scarsi e gusti musicali molto, molto tradizionali (genere Mina e dintorni) e una chiara propensione per le scarpe stringate inglesi. Ci ha spiegato che da quelle parti sono in molti a fare il suo mestiere. Ne abbiamo concluso che i suoi livelli di competenza, intraprendenza, conoscenza – decisamente fuori dal normale – in loco sono invece una risorsa abbastanza diffusa. Anzi, parecchio. Ma di che loco stiamo parlando? Un pezzo di belpaese che sta tra le colline di Barolo e Barbaresco, Langheshire, Piemonte. Un’Italia molto, molto meno grigia del solito. |