
Per chi se la fosse persa, ieri mattina l’ottimo Enesto Assante ha pubblicato un’intervista al ragazzotto più famoso e (probabilmente) più ricco del mondo, tal Zuckerberg, noto alle cronache per essere l’inventore del social media più media e più social del mondo, l’ormai imprescindibile Facebook.
Se siamo invidiosi del brufolesco giovinotto? Certo che sì. Ha avuto un’idea epocale, gli è scoppiata in mano e all’età in cui i più bravi di noi avevano in tasca il quattrino per comprare sì e no il primo cinquino usato (Ndr: il cinquino nel linguaggio degli anni ’70 è quello che oggi più pomposamente si chiama 500, nel senso di Fiat) lui è così ricco da far vergogna a Paperone.
Perché citiamo l’intervista e, soprattutto, perché speriamo che traspaia con assoluta chiarezza la nostra istintiva, viscerale, probabilmente irrimediabile, antipatia per il divin giovinotto?
Perché a proposito di privacy continua a non voler capire che xè peso il tacòn del buso, come si dice in Veneto. (traduzione: è peggio la toppa dello strappo). Infatti continua ad affermare - cito ancora il bravo Assante - che “bisogna capire che le cose sono molto cambiate negli ultimi sei anni. E che il concetto di privacy che ho io non è lo stesso che ha mio padre ed è diverso anche da quello di un ragazzo di quattordici anni. Sei anni fa nessuno voleva che le proprie informazioni personali fossero sul web, oggi il numero delle persone che rende disponibile il proprio cellulare su Facebook è impressionante. Per i miei genitori la privacy era un valore, per i miei coetanei condividere è un valore…”.
E’ tutto vero, verissimo. Così come sono vere un sacco di altre cose sui cambiamenti in atto nella nostra sempre più strana (eufemismo) società. Dalla crescita esponenziale dei locali per scambisti, ai profitti derivanti da annunci erotici mascherati (sommariamente mascherati) dalla vendita on-line di esche vive per camaleonti ed iguane domestiche.
Dov’è il problema, direte voi. Perché ve la prendete tanto col ragazzino sveglio? Vergogna, è pura invidia questa!
Gli è che (toscanismo) il ragazzino è così furbo da pensare che tutti gli altri non lo siano: un classico, no? Quindi, di tanto in tanto, a qualcuno nel mondo del media-business viene il sospetto che (spesso e volentieri) possa ficcare le sue manucce dentro il vaso (un vasone da 450 milioni di utenti) della marmellata. “No, no”, strilla Zuckerberg, “Se per caso abbiamo commesso qualche errore (piccolo, neh) sulla privacy, non lo faremo più. Mai più”. Giurin giuretta.
Purtroppo noi che abbiamo non solo molti anni di più ma soprattutto (infinitamente) meno soldi, continuiamo a nutrire il fondato sospetto che la tentazione metta in forte rischio la pur naturale santità (sospiro al cielo) che contraddistingue alla nascita tutti gli esseri umani. Quasi tutti.
E se domani (e sottolineo il se) allo Zuckerberg ci scappasse la voglia di venderle tutte quelle belle informazioni personali che la gggente (con tre g) liberamente (e un po’ sventatamente) oggi digita felice sul web? Quante belle notiziole avrebbero a disposizione gli istituti di ricerca diciamo “sbrigativi”, le agenzie di pubblicità diciamo un po’ aggressive, i tele-venditori delle ore 20,00 e – perché no- pure i supposti “controllori del mondo”?
Senza scordare che magari quelle stesse persone che oggi digitano felici a paletta gli affaracci loro come si dice a Roma, potrebbero in futuro aver cambiato idea sul possesso/condivisione dei loro dati. (Dati personali, mica bruscolini). Il futuro è bello. Per definizione. Addirittura bellissimo. Ma certi valori del passato (non tutti, non sempre, non per sempre) andrebbero salvaguardati. Qualcuno con le unghie e con i denti, se il mitra per caso non bastasse. |