
Il titolo avrebbe potuto essere “parla come mangi”. Ma in tempi di diete pre-estive e di veganesimo strisciante, temevamo risultasse fuorviante. Ma il tema è quello: farsi capire dalle persone a cui vogliamo (dobbiamo) comunicare qualcosa d’importante.
Prima regola: l’uomo è un animale visivo.
Seconda regola: a parte una ristrettissima schiera di privilegiati che sanno ragionare con le idee “pure” e con i numeri, tutti gli altri hanno bisogno di vedere per comprendere. Provare un’emozione. Ricordare.
E’ banale, ma è così. Dai disegni nelle grotte di Altamira a quelli di Picasso, dalla forza della televisione rispetto a quella della radio sino al fascino un po’ perverso dei video virali, le “figure” la fanno da padrone sulle parole. Per non parlar dei numeri. (Non a caso quando non si capisce più nulla o si perde il controllo di sé, si dice appunto “dare i numeri”).
Nonostante queste evidenze siano sperimentate da noi tutti un giorno sì e l’altro pure, troppo spesso le aziende fanno orecchie da mercante. Nel senso che sono restie (eufemismo) a trasferire nella pratica quotidiana le semplici regole di cui sopra. Regole di “comune buon senso” che aiutano a farsi comprendere dall’interlocutore, evitando così l’abitudine molto amata dagli italiani che va sotto il nome di parlarsi addosso.
Un lungo preambolo. Speriamo non troppo lungo. Ma indispensabile per motivare la ragione della nostra contentezza. Siamo finalmente riusciti a “portare a casa” un progetto di informazione/comunicazione per la Forza di Vendita di una grande azienda che utilizza registri visivi e codici linguistici a reale misura di interlocutore.
Risultato: una narrazione per immagini basata sui riferimenti culturali, affettivi e linguistici del destinatario e non solo del mittente. Che adotta i tempi televisivi a cui il target è abituato. Cioè rapidità, concisione, sorpresa, sintesi.
La volontà di parlare la lingua del proprio interlocutore, di farsi ascoltare e capire davvero, non impoverisce la comunicazione, non la trasforma necessariamente in pidgin-english o nell’idioma ridicolo usato nei film western degli anni Cinquanta per “caratterizzare” gli Indiani d’America, i “nativi” come giustamente vogliono essere chiamati loro.
Purtroppo la condivisione della nostra contentezza finisce qui: non c’è nessuna “url” a cui inviarvi per dare un’occhiata al nostro lavoro. Il tutto gira su una piattaforma di e-learning aziendale consultabile solo da personale interno.
In mancanza delle immagini (sic transit gloria mundi!) dovrete quindi accontentatevi di sapere che abbiamo tratto ispirazione dai format televisivi più amati dagli italiani tra i 20 e i 40 anni di età; li abbiamo agitati nel mixer insieme ad un bel po’ di immagini tratte da candid camera. E condito il tutto con una spruzzata di uno dei valori che Italo Calvino considerava alla base della letteratura per il terzo millennio. Volete un “aiutino”, come dicono le generiche di Lodi? E’ il secondo tema trattato nelle sue ormai leggendarie “Lezioni americane”.
(Un valore in letteratura, ma anche, confessiamolo, una maledizione nella vita di tutti i giorni!) |