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A PROPOSITO DI VALORE

28-Marzo-2011
Topics: marzo-11

La storia del musicista nel metrò ha fatto il giro del mondo. Una storia il cui commento proposto dal ppt in lingua italiana che gira in rete ci è apparso francamente mieloso al punto da risultare stucchevole. Perché ce ne occupiamo? Il tema è di quelli essenziali, nel senso letterale del termine, poiché è il valore.
Come sempre, per capirne di più non resta che iniziare dai fatti.
C’è un giornale prestigioso, nella fattispecie il Washington Post, sì proprio quello dello scandalo Watergate che costò il posto a Dick il Fraudolento, come venne poi soprannominato Nixon.
Il giornale vuole indagare su tre cose tra le più difficili al mondo (da indagare) ovvero “la percezione, il gusto e le priorità delle persone”.
Così prendono uno dei più dotati e per questo giustamente famosi violinisti d’America, Joshua Bell e alle otto di un qualsiasi mattino di un giorno di lavoro lo piazzano dentro il mezzanino della metropolitana.
Mr. Bell ci dà dentro alla grande con il suo Stradivari da svariati milioni di dollari. Repertorio vertiginoso, Bach e Schubert, tanto per citare due colossi. Qualità acustica non specificata, anche se è ragionevole ipotizzare che facesse abbastanza schifo, come del resto nelle metropolitane di tutto il mondo.
Come sanno tutti coloro che hanno letto il ppt e sono sicuramente tanti, il povero Bell dopo un’ora di performance aveva raccattato solo 32 dollari e, peggio, non era stato riconosciuto da nessuno. Cosa orribile per la cultura americana che fa della notorietà uno dei valori assoluti. Eccoci giunti allo zuccheroso finale: solo un bambino - un innocente? un predestinato? - voleva fermarsi ad ascoltare, nel mentre la madre, immaginiamo sacrosantamente visto la quantità di cose che in genere le madri hanno da fare alle otto del mattino, cercava di trascinarlo via il più in fretta possibile.
Come avrete capito, la conclusione “tragica” del ppt sulla fine della bellezza, sull’incapacità delle persone di fermarsi e cogliere il valore, etc. etc. non ci convince. E soprattutto non ci commuove.
Primo, perché è sempre stato così, nel senso che è una nuova scoperta dell’acqua scaldata: la bellezza, in tutte le sue espressioni, è sempre stata merce per pochi.
Secondo, perché il test è completamente fuori contesto. Innanzitutto, quante persone in metropolitana alle otto del mattino hanno tempo da dedicare a qualsiasi cosa che non sia prendere il primo treno che passa? Quante persone (in percentuale) amano la musica classica e quante invece preferiscono il pop, il rock, il folk, l’hip-hop o qualsiasi altro genere musicale evidentemente ritenuto “basso” dal Washington Post rispetto a quello “alto” di Bach e compagni? (Vecchia storia questa della cultura così detta “alta” vs. quella “bassa”…).
Ai tempi di Mozart i garzoni dei fornai fischiettavano le arie delle “Nozze di Figaro”. Ai tempi di Verdi, nobiltà, borghesia e popolo accorrevano in massa ad ascoltare il Trovatore, il Macbeth e la Traviata. E persino quella schifezza inascoltabile dell’Adelchi. Convergenze miracolose che, appunto perché tali, accadono ogni tanto nella storia della cultura di una società.
Oggi il melodramma ha le ore contate perché come linguaggio musicale è diventato obsoleto come una carrozza a cavalli. Come l’ode, il sonetto, il mottetto, il madrigale. (Come i giornali stampati su carta tra pochi anni).
Attira gli spettatori di tutto il mondo all’Arena di Verona? Certo. Ma non il melodramma in sé. E’ il brand Arena, l’insieme dell’esperienza. La “certificazione” di assistere ad un evento di valore, perché raro, complesso, unico: l’Aida a Verona, appunto.
Come i tour organizzati per i turisti giapponesi: in sei giorni si “fanno” (è il caso di dirlo) l’Europa da Stoccolma a Palermo, e non importa cosa guardino, ricordino, apprezzino, né tantomeno capiscano.
Come le masse che in coda per ore davanti alla Gioconda non sanno (o non vogliono sapere?) che “svoltato l’angolo” alla sinistra della beffarda signora c’è la così detta “galleria degli italiani”, piena zeppa di Giotto, Beato Angelico, Botticelli, Antonello da Messina, Leonardo, Michelangelo, Raffaello, Tiziano, Correggio, Mantegna, Parmigianino… ammirabili in quasi solitaria tranquillità.
L’esperienza estetica (musicale, architettonica, pittorica, letteraria, poetica, filosofica) è una cosa complessa. Difficile. Faticosa. Come una ferrata di otto ore in montagna. Dove, appunto, ogni passo è una conquista.
L’esperienza culturale è esattamente così: nessuno regala niente a nessuno, nel senso che te la devi guadagnare. E non è mai, in nessuna epoca o civiltà, un patrimonio comune di massa.
Per questo i libri dei poeti vendono mille copie (quando va bene). Perché la poesia come genere viene letta solo da altri poeti, più o meno dotati, più o meno ispirati. Ma altrettanto motivati.
Per non parlare dello sforzo costante e gigantesco che la nostra società compie, ogni giorno, tutti i giorni, per svuotare di significato e di valore le “cose” della cultura. Dando ad intendere, appunto, che valore non abbiano.
Inutile soprendersi se poi le persone leggono poco, leggono male, ascoltano poco, ascoltano “male”. Se sin da piccoli li piazziamo davanti alla tivù e gli insegniamo che le cose devono essere “facili” per risultare “divertenti”. Perché quindi stupirsi se una volta cresciuti non si fermano (alle otto del mattino) ad ascoltare Bach? Ci saremmo stupiti (e forse preoccupati) del contrario.
 
Il meccanismo che funziona, che la nostra società ha messo in piedi, è dunque un altro; nella fattispecie questo: l’ho ascoltato alla Carnegie Hall, quindi era bravo. Ho pagato cento dollari il biglietto, quindi era uno spettacolo di valore. Vale 3,5 milioni di dollari, quindi è un violino che suona benissimo. Ero alla Scala (al Metropolitan, alla Staatsoper di Vienna eccetera eccetera) quindi la musica non poteva non essere sublime. Venezia? Romantic! Siena? Pittoresco! Parigi? Lumiere! E via di luogo comune in luogo comune.
 
Il valore è una cosa seria. Senza valore nessun brand regge. Se il prodotto non c’è, non offre prestazioni vere, reali, misurabili, anche il brand evapora. Ma, per la fortuna dei molti che lavorano in modo superficiale, ci sarà sempre chi beve l’etichetta anziché il vino, cioè chi acquista a prescindere: per vanità, moda, conformismo.
Per quanto ci riguarda, confessiamo che se ci fossimo trovati alle otto del mattino di un giorno lavorativo qualsiasi nel metrò davanti a Bell e al suo violino, forse l’avremmo ascoltato per cinque minuti. Molto probabilmente l’avremmo riconosciuto. E certamente non gli avremmo dato nemmeno un quarto di dollaro: per sua fortuna non ne ha bisogno. 

Postilla: tutte le volte che non diamo valore a noi stessi, che ci camuffiamo come J. Bell, non aspettiamoci che gli altri ce lo riconoscano spontaneamente. E’ triste, ma è la natura umana. La nostra.

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Tag: treno, mattina, test, ricerca, bellezza, musica, compagni, quantità, cultura, valore, mondo, conclusione, borghesia, poolo, desolata, facili, divertenti, prestazioni, brand, ascolto, bisogno,


COMMENTI
1 commenti per A proposito di valore
Mi piace la postilla che rimanda - come giusto e come sempre - all'umano ogni discorso economico
Scritto da: Elena - 29/03/2011 16:17:12
 

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