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La rosa e il giardiniere
Fatti, opinioni e commenti in tema di punti vendita e consumo consapevole a cura di Evolvere.it
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| | 27-Settembre-2010 | | 
Fa un certo effetto ascoltare frasi come “tutto il mondo delle imprese e i cittadini stanno esaurendo la pazienza […] quando si dice che siamo andati meglio di altri Paesi non è vero, siamo stati fortemente colpiti dalla crisi […] il Paese ha problemi di crescita, di occupazione […] bisogna tornare a crescere […] E' molto chiaro quello che bisogna fare, ma è venuto il momento di farlo. Anche l'Europa ci costringe a fare delle scelte” se a pronunciarle è la signora Marcegaglia. Che di mestiere fa il Presidente di Confindustria.
Stupore amplificato dalla visione di un filmato trasmesso qualche decina di giorni prima da “Rai Storia”. Un terrificante, lentissimo documentario in bianco e nero che nonostante tutto ci siamo sciroppati sino all’ultimo fotogramma. Raccontava di una Italia di circa cinquant’anni fa. Quando magari i mulini non erano già più bianchi, ma ricerca scientifica, università, istituzioni politiche e imprese marciavano non diciamo all’unisono che sarebbe troppo, ma più banalmente insieme.
La mappazza pre-Piero Angela raccontava una storia semplice. C’è un genio (dell’impegno, della caparbietà, del pensiero laterale) che si chiama Giulio Natta. C’è il Politecnico di Milano e la Montecatini. Il gruppo di ricerca guidato da Natta inventa una nuova materia plastica, quella che Gino Bramieri pubblicizzerà in tremendi “Caroselli” sotto il nome commerciale di “Moplen”.
Quando il professor Natta va a Stoccolma a ritirare il Nobel per la chimica è già un uomo gravemente malato. Lo sorregge il figlio. Il re di Svezia gli usa l’infinita cortesia di consegnargli di persona il papiro del premio per evitargli il tormento di gradini che non sarebbe più stato in grado di superare.
Dopo un successo planetario e clamoroso, il polipropilene isotattico (questo il nome scientifico del prodotto) rischiò di perdere quote di mercato a vantaggio dei competitor americani con la bava alla bocca. Pare che fra la Montecatini e l’Edison con la quale nel frattempo si era fusa, fossero sorti problemi per così dire “politici”: di controllo, di potere, o come è di moda dire un po' fariseicamente oggi, di "indirizzo strategico". Poi, come per fortuna spesso accade nel Belpaese, le cose si sistemarono e quella crisi venne superata. Almeno quella.
Questa può essere l’Italia quando le eccellenze si mettono a lavorare insieme. Quando i talenti vengono promossi, tutelati, stimolati. Come nel caso della chimica organica, dove un piccolo paese (l’Italia era e continua ad essere un piccolo paese) riuscì a conquistare primati assoluti.
A proposito di primati, nel momento in cui scriviamo una delle più piccole scuderie automobilistiche del mondo - la sola che si fa tutto in casa: telaio, motori e tagliatelle - ha nuovamente inflitto l’ennesima simpatica lezione di tecnologia applicata ai colossi del mondo automotive. Forse la signora Marcegaglia non ha tutti i torti. Anzi, siamo francamente dell’idea che abbia assolutamente ragione. Il mondo delle aziende e il mondo dei cittadini (che molto spesso sono esattamente la stessa cosa) ha bisogno di crescere. Ma subito e di corsa. |
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| | 24-Settembre-2010 | | 
Non abbiamo mai amato la tecnologia in sé. Al punto che Laura non ha mai letto un libretto d’istruzioni in vita sua, mentre il mio sogno è scriverli, tanto sono fatti male quelli circolanti. Un nostro amico, uno video-maker molto abile con qualsiasi strumento avesse una tastiera e un jack, era così scandalizzato dal nostro atteggiamento dal definirci entrambi “tecnopoveri”. A me, con il quale era più in confidenza, rivolgeva addirittura l’epitteto di “tecnoqualunquista”. Un vero insulto per lui. Ovviamente aveva pienamente ragione: noi non diventiamo matti per il come e perché. L’importante è che funzioni; l’importante è sapere come si nutre la bestia, cosa ci si deve aspettare venga sputato fuori sotto forma di dato e non. E basta e avanza.
Nonostante questa sovrana indifferenza per le “macchine” e per i pulsanti, siamo invece molto attratti dai processi e ancor più attratti dai contenuti. Sino all’innamoramento. Che è come dire chi se ne fotte se l’Odissea è scritta su pergamena, carta, plastica, lamierino pressofuso o veicolata da un I-Pad. L’importante è che sia tradotta nel migliore dei modi possibile, visto che il greco dei tempi d’Omero risulta difficilino da leggere la sera prima di spegnere la luce. Per questo è stata una vera sorpresa leggere dall’autorevole direttore di Wired che il vecchio web è morto.
Ma come, ci siamo detti, con tutta la fatica che abbiamo fatto noi tecnopoveri ad imparare a navigare decentemente? Pare che l’idea stessa di internet sia al tramonto. Ma tranquilli: solo l’idea del tutto gratis. Secondo Chris Anderson è finita (o sta finendo) l’età del “liberi tutti” e inizia quella degli orti conclusi. Perché con le “app” (sintesi di applicazione) ti muovi sapendo già dove andare e quindi non devi più cercare liberamente, perché qualcuno (le app) che hai pagato lo sta facendo per te. E’ come il cambio automatico dell’auto? No, ma un po’ sì. Sei meno libero di cercare. Ma in cambio (come con l’automatico) fai meno fatica. Secondo Anderson ciò avviene (sta avvenendo) perché è il consumatore a decidere. E questo fa parte di ogni rivoluzione industriale. Passare dal browser alle app è un cambiamento radicale: negli acquisti on-line, nella formazione delle opinioni, nella libertà di informazione e formazione. Perché tutto viene concentrato e quindi più facilmente regolamentato. Un dato al volo: nel 2001 i primi dieci siti acchiappavano il 31% dei naviganti. Oggi pare siamo al 75. Per cento.
Detto in altri termini, se i consumatori preferiscono pagare 99 centesimi di dollaro per scaricarsi una canzone invece di cercasela “a gratis”, che ci puoi fare? Forse solo la crisi (scongiuri, scongiuri) può rallentare il fenomeno. Ma dalle app non si torna indietro. Come dal cambio automatico, pare.
PS
Oggi ho sentito il nostro amico Matteo. E’ un genio del computer e ha un figlio di due anni. Mi ha raccontato che ieri il piccino rompeva assai per sentire una canzone. Il padre non si ricordava dove fosse il cazzabubbolo (lettore mp3?) per ascoltare ‘sta benedetta canzone. O forse, più ragionevolmente, non ne poteva più di sentire quella canzone. Chi ha avuto un figlio piccolo capisce senza ulteriori spiegazioni.
Iotube! Iotube! pare si sia messo a starnazzare il piccino. Forse il web non sarà più gratis. Ma, per fortuna, le persone curiose e cocciute sembrano non mollare la presa. |
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| | 21-Settembre-2010 | | 
Jacques Le Goff non è un esperto di marketing. Di punti vendita presumiamo abbia esperienza solo in qualità di consumatore. Data la sua età, viaggia verso gli ottanta, di internet e dintorni crediamo ne capisca quanto la vicina del terzo piano.
Perché parlarne dunque? Per i contributi di eccezionale valore dati agli studi di medioevalistica? Per qualche pronunciamento particolarmente nobile nei confronti di questa o quest’altra causa umanitaria? No. Oggi parliamo di Le Goff per via del suo ultimo libro, “Con Hanka” (Laterza Editori). Un lavoro che non c’entra nulla con tutti gli altri prodotti nel corso di una lunga vita di studioso. E’ la storia dell’incontro con la donna della sua vita, “un libro d’amore” come dice lui stesso “e un atto di memoria… il tentativo di far rivivere, nell’individualità della persona e della sua esistenza, una donna… che tutti quelli che l’hanno conosciuta sono concordi nel definire eccezionale e affascinante… strettamente legato a questo tentativo è lo sforzo di prolungare la mia vita con una donna che ho profondamente amato e amerò sempre ardentemente fino alla mia morte”.
L’incontro tra Jaques e Hanka avviene per caso a Varsavia negli anni della così detta “cortina di ferro”. Quando l’Europa era separata da un di qua e un di là praticamente invalicabili. Quando le macerie della guerra erano ancora concretamente palpabili. Quando penuria, fame, ristrettezze e assenza di libertà (di parola, pensiero, movimento, azione) erano la condizione normale in cui vivevano milioni di persone che avevano avuto l’infinita sfortuna di nascere al di là.
Lui non parlava una parola di polacco, lei non conosceva il francese. Eppure. Il resto lo scoprirete se avrete la curiosità, il tempo e la voglia di leggere una storia assolutamente personale e nello stesso tempo universale e quindi dedicata a tutti noi.
Che viviamo in tempi infinitamente meno difficili. Infinitamente più liberi. Infinitamente più stimolanti. Infinitamente più lamentosi. Forse perché così desolatamente poveri di desideri e di passioni. Autentiche. |
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E TU DI CHE CONTRADA SEI? |
| | 17-Settembre-2010 | | 
Recentemente il sociologo Ilvo Diamanti ha proposto un interessante parallelo tra squadre di calcio e banche. Dove dimostra che se la disistima degli italiani verso il sistema bancario ha raggiunto livelli altissimi, pur tuttavia resterebbe ancora solida (il condizionale, ci scusi Diamanti, è d’obbligo) la fiducia verso il proprio istituto. La propria filiale. Il proprio funzionario. Come per il tifo calcistico, circa la metà degli italiani, i quali oltre a tifare per questa o quella squadra, sono contemporaneamente antipatizzanti, e spesso in modo feroce, di quella o quell’altra squadra. E per quel che vale la nostra personalissima opinione, confermiamo assolutissimamente. Anzi: le squadre antipatizzate sono ben più di una.
Calcio e banche possono essere letti come due marcatori identitari forti, tra i pochi che restano nell’età del crollo verticale delle ideologie. Ma poiché è assodato che solo un numero ridicolmente esiguo di italiani esprime fiducia nel sistema bancario inteso nel suo insieme, l’effetto schizofrenico pare evidente. “Le banche? Sono tutte xy e zw!” (auto censura) dichiarano gli italiani nel corso di focus e interviste. “Peggio degli usurai!” esclamano i più esagitati.
Ma la “nostra” banca, no, quella è santa. Come la mamma. La sorella. La zia Carolina, quella che non si è mai sposata per via di un grande amore perso in guerra.
E ci dev’essere qualcosa di patologico pure nel piacere che si prova per i guai incorsi alla squadra di calcio “antipatizzata”, se questo compensa (e pare di gran lunga) le delusioni causate dalla squadra beneamata. Il che, tra l’altro, sarebbe un magnifico rovesciamento dell’insopportabile motto “mal comune mezzo gaudio”.
Il Medioevo dell’Italia dei Comuni non accenna dunque mai a finire? Siamo tutti una gigantografia di Siena, dove chi nasce Oca (nel senso di contrada, beninteso) son guai se s’innamora di uno della Lupa, del Bruco o del Leocorno?
(A casa di Laura Giunti, tanto per fare un esempio, il padre era della Lupa come il fratello; suo padre del Nicchio; sua madre e le sue sorelle dell’Oca… insomma un gran miscuglio. Il giorno del palio in famiglia il nervosismo serpenteggiava e cercavano di non incontrarsi tra loro. Ma per il resto dell’anno tutto filava a meraviglia.)
Strano paese. Sempre di più. A cui, tuttavia, basterebbe davvero poco, pochissimo, per darsi una scossa e recuperare le posizioni di eccellenza. I rimedi sono arcinoti e pure banali. Non abbiamo bisogno come i poveri olandesi di costruire gigantesche dighe per rubare un po’ di terra al mare. Né di lotte contro la malaria, l’analfabetismo di massa, il ber-beri, l’alcolismo sovietico (pardon, russo).
Basterebbe fare una cosa semplice, banale, davvero rivoluzionaria: iniziare a rispettare le regole. Quelle stesse regole che nessuno ci ha imposto e che noi stessi ci siamo dati. Una roba pacata. Banale. Per niente eroica. Quasi da svizzeri, insomma. Che, trasparenza delle banche a parte, persino nel calcio ultimamente sono migliorati parecchio. |
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| | 13-Settembre-2010 | | 
Immanuel Kant, uno dei padri dell’Illuminismo, sosteneva che la ragione è una piccola isola sperduta in un oceano di irrazionalità.
Come dargli torto se persino un pastore di anime, tal reverendo Terry Jones, mette a rischio la vita di (decine, centinaia, migliaia ... ) di esseri umani annunciando di voler celebrare l’11 settembre con un bel rogo di libri, nella fattispecie sacri alla religione di pastori di altre anime?
Ma se questa è grossa al punto di dover far intervenire il Presidente degli Stati Uniti, le altre di “cose irrazionali” sono insignificanti al confronto, ma certo non meno grottesche.
Eccovi la prima. Pare che l’export italiano verso la Germania sia aumentato nel xy trimestre. Evviva, alleluia, festa grande: dài che usciamo dalla crisi.
Peccato che mesi dopo si scopra che l’export “aumentato” si riferiva ai treni di spazzatura raccattata in Campania e spediti in nibelunghia.
La seconda è invece più sottile, più raffinata nella sua ambiguità tutta italiana. La notizia è sui consumi interni. C’è crisi e, tra gli altri, diminuiscono del x% quelli alimentari. Interessante. Ma non certo in pezzi (non si possano mettere insieme mele pere formaggi spalmabili e merendine). Allora devono essere in valore i dati pubblicati dai media? Quindi i casi sono, come sempre, due: o gli italiani si sono messi a dieta, cosa non del tutto negativa vista la quota di compaesani in sovrappeso, oppure sono diminuiti gli acquisti registrati nei punti vendita campione, perché sono aumentati quelli non misurati convenzionalmente: mercati rionali, GAS, discount, punti vendita non classificati.
E ancora: per l’Istat la produzione è in ripresa; invece secondo l’OCSE nell’ultimo trimestrte il nonstro PIL sarebbe un numeretto preceduto dal segno meno.
In compenso, pare siano tutti d’accordo che stiano aumentando i consumi così detti “tecnologici”. Cosa che ci rende felici per i nostri amici di Mediamarket. Anche se temiamo che a crescere non siano i computer, gli hard-disk e tutti quegli aggeggi che sono il presupposto basico dello sviluppo e quindi del futuro. Temiamo invece che gli acquisti in crescita riguardino l’ultimissimo smartissimo modello di cellulare. Quello con 5612 nuove funzioni (in gergo “app”) collegate alle Rete. Che poi viene regolarmente usato per fare quelle belle telefonate a tutta voce, quelle che ci tocca condividere nelle strade, nelle piazze, sui tram, nel metrò, nei dehor e in qualunque altro luogo di ritrovo pubblico.
In attesa di sapere se il pastore di anime, il molto reverendo Jones, brucerà o non brucerà il Corano (il pensiero irrazionale, si sa, non è mai molto saldo nelle sue decisioni) e tra un “Carmè, getta la pasta!” e l’altro, siamo lieti di informarvi con l’istituzionale ritardo che questo blog si è dato, che il 9 settembre scorso la rivista Vogue ha invitato tutti i milanesi a una serata speciale. L’hanno chiamata Vogue Fashion’s Night Out. Sottotitolo: Uno shopping esclusivo con stilisti, celebrities e modelle. Con ogni acquisto contribuisci a rendere Milano più verde. E’ altamente probabile che il riferimento al verde vada inteso nel senso di coltura arborea, piuttosto che alla ben nota espressione gergale. Ma, come crediamo converrebbe anche il puntualissimo Kant, di questi tempi è molto più saggio essere prudenti oltrechè precisi. |
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