La rosa e il giardiniere


Fatti, opinioni e commenti in tema di punti vendita e consumo consapevole a cura di Evolvere.it



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COMUNICARE PER IMMAGINI

20-Maggio-2011

Il titolo avrebbe potuto essere “parla come mangi”. Ma in tempi di diete pre-estive e di veganesimo strisciante, temevamo risultasse fuorviante. Ma il tema è quello: farsi capire dalle persone a cui vogliamo (dobbiamo) comunicare qualcosa d’importante.
Prima regola: l’uomo è un animale visivo.
Seconda regola: a parte una ristrettissima schiera di privilegiati che sanno ragionare con le idee “pure” e con i numeri, tutti gli altri hanno bisogno di vedere per comprendere. Provare un’emozione. Ricordare.
E’ banale, ma è così. Dai disegni nelle grotte di Altamira a quelli di Picasso, dalla forza della televisione rispetto a quella della radio sino al fascino un po’ perverso dei video virali, le “figure” la fanno da padrone sulle parole. Per non parlar dei numeri. (Non a caso quando non si capisce più nulla o si perde il controllo di sé, si dice appunto “dare i numeri”).
Nonostante queste evidenze siano sperimentate da noi tutti un giorno sì e l’altro pure, troppo spesso le aziende fanno orecchie da mercante. Nel senso che sono restie (eufemismo) a trasferire nella pratica quotidiana le semplici regole di cui sopra. Regole di “comune buon senso” che aiutano a farsi comprendere dall’interlocutore,  evitando così l’abitudine molto amata dagli italiani che va sotto il nome di parlarsi addosso.
Un lungo preambolo. Speriamo non troppo lungo. Ma indispensabile per motivare la ragione della nostra contentezza. Siamo finalmente riusciti a “portare a casa” un progetto di informazione/comunicazione per la Forza di Vendita di una grande azienda che utilizza registri visivi e codici linguistici a reale misura di interlocutore.
Risultato: una narrazione per immagini basata sui riferimenti culturali, affettivi e linguistici del destinatario e non solo del mittente. Che adotta i tempi televisivi a cui il target è abituato. Cioè rapidità, concisione, sorpresa, sintesi.
La volontà di parlare la lingua del proprio interlocutore, di farsi ascoltare e capire davvero, non impoverisce la comunicazione, non la trasforma necessariamente in pidgin-english o nell’idioma ridicolo usato nei film western degli anni Cinquanta per “caratterizzare” gli Indiani d’America, i “nativi” come giustamente vogliono essere chiamati loro.
 
Purtroppo la condivisione della nostra contentezza finisce qui: non c’è nessuna “url” a cui inviarvi per dare un’occhiata al nostro lavoro. Il tutto gira su una piattaforma di e-learning aziendale consultabile solo da personale interno.
In mancanza delle immagini (sic transit gloria mundi!) dovrete quindi accontentatevi di sapere che abbiamo tratto ispirazione dai format televisivi più amati dagli italiani tra i 20 e i 40 anni di età; li abbiamo agitati nel mixer insieme ad un bel po’ di immagini tratte da candid camera. E condito il tutto con una spruzzata di uno dei valori che Italo Calvino considerava alla base della letteratura per il terzo millennio. Volete un “aiutino”, come dicono le generiche di Lodi? E’ il secondo tema trattato nelle sue ormai leggendarie “Lezioni americane”.

(Un valore in letteratura, ma anche, confessiamolo, una maledizione nella vita di tutti i giorni!)

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TUTTI DICONO “I LOVE YOU”

13-Maggio-2011

Lo studio realizzato dal Politecnico di Milano non lascia adito a dubbi: quello dei cellulari è uno dei pochi mercati in crescita.
Parrebbe un non-notizia. Invece è una storia “uomo-morde-cane” perché nel mare magnum del mercato delle telecomunicazioni, la crescita si registra nelle connessioni internet da cellulare. Un incremento del 27% rispetto all’anno scorso per un valore di circa mezzo miliardo di euro. Ma il dato eclatante, il vero “morso al cane”, sta nella quantità degli utenti: sono quasi 11 milioni gli italiani che navigano su internet utilizzando uno smartphone, circa la metà di quelli che lo fanno dal pc di casa o dall’ufficio. Sempre secondo lo studio del Politecnico si tratta di navigazioni più brevi (circa mezz’ora al giorno) e più ripetitive: i siti consultati sarebbero grosso modo sempre gli stessi.
Collegato a questa nuova tendenza in un rapporto di concausa di cui non si capisce più chi sia causa e chi effetto, sta il mercato delle così dette “app”, dove i “negozi virtuali” di Apple, Android, Nokia e GetJar fanno la parte del leone. Un mercato enorme che continua a crescere. Un fenomeno culturale e di costume da seguire con attenzione, poiché in un paese che legge poco o nulla, che preferisce “guardare le figure”, questa realtà rappresenta la nuova frontiera della comunicazione. Pubblicitaria, di intrattenimento, di gioco, di socializzazione. In questo contesto è chiaro che la chiave di volta sono i cosiddetti contenuti. Il motivo, lo spunto, lo stimolo, che determina la connessione degli utenti e prim’ancora i download delle app. Certo, ci sono contenuti e contenuti. Ma provate a indovinare quali acchiappano di più?
Un “aiutino” (tanto per restare in tema anche dal punto di vista lessicale) ce lo offre l’inarrestabile Lady Gaga. Insieme e Zynga, autore di giochi on-line di enorme successo come CityVille e FrontierVille, ha annunciato “una partnership” in occasione del lancio del suo nuovo album. I fan della stravagante pop-star potranno ascoltare in anteprima il disco visitando GagaVille, una fattoria appositamente progettata all’interno di FarmVille.
Un caso? No. Le ragioni del costante sviluppo dei computer (velocità, potenza, qualità delle immagini) non dipendono dalla domanda proveniente dal mondo del business o da quello della scienza. Il merito va agli utenti dei videogiochi, i ragazzini e i ragazzoni cresciuti. Sono loro il “mercato” che chiede prodotti sempre più perfezionati e realistici, spingendo in tal modo gli sviluppatori a programmare nuovo software, bisognoso – è il caso di ricordarlo? - di hardware sempre più potente in grado di supportare programmi sempre più famelici.

Colpa della tecnologia? Certamente no. Lei, poveretta, è neutra come un sapone per pelli delicate. I responsabili delle scelte siamo sempre e solo noi.

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PANE AL PANE?

6-Maggio-2011

Il mondo è diventato digital? Non ne siamo certi, ma vista l’importanza che le aziende riconoscono alla comunicazione digitale parrebbe proprio di sì. E quindi è diventata una cosa seria e impegnativa. Come del resto lo sono sempre stati tutti i salti di paradigma che l’innovazione tecnologica ha comportato e, prima ancora, reso possibili.
Altra cosa sono le mode. Ci riferiamo in particolare al nuovo verbo (nuovo si fa per dire) che impone ad ogni progetto di comunicazione uno sviluppo anche in digitale. Inevitabilmente digitale. Soprattutto digitale. Il che è più che sensato, considerato il logorio dei media tradizionali e il loro costo. Un po’ meno sensata ci pare invece la speranza che, una volta socializzato e comunizzato nell’etere, l’oggetto del comunicare si trasformi come per magia in qualcosa che milioni e milioni di consumatori condivideranno in modo virale (altro lemma irrinunciabile).
Con buona pace dell’attenzione sulle vendite reali nei punti vendita reali, per non parlare del rispetto dell’identità del brand nel lungo periodo.
Per spiegarci meglio, ricorriamo ad un esempio clamoroso. E’ diventata materia di studio la storia del video che mostra un virilissimo signore di colore “reclamizzare” una vecchia marca di profumo (un brand stracotto come il lucido da scarpe Brill) invitando le signore mogli a regalare ai loro mariti, evidentemente non altrettanto prestazionali e attraenti, almeno il sembiante della sua virilità, il vecchio profumo, appunto. Inevitabile chiedersi quale sia l’attinenza di questa storia con quel brand. E ancora se la metafora del signore di colore avrebbe funzionato altrettanto bene con un altro profumo. O per qualsiasi altro ammennicolo che mogli gentili (e frustrate) possono regalare ai loro mariti giusto per togliersi il pensiero. Del regalo, s’intende. In altri termini: è una scelta creativa che potremmo impunemente applicare a qualsiasi prodotto, brand e frame of reference?
Domande destinate a non avere risposta: il video ha vinto paccate di premi e i creativi digital lo hanno già collocato nella “hall of fame” della categoria, come si suol dire in ambito anglofono. Per quanto riguarda il prodotto, sì quella cosa secondaria e banale, le vendite sono andate benissimo. Questo mese, s’intende, poi si vedrà.
Analogamente non c’è risposta alla domanda, che crediamo sia più che legittima, sul successo o meno di un’azione “virale”. Funzionerà, non funzionerà? La risposta più seria è sempre e solo “boh”. Forse la gente questa settimana scaricherà a milionate il cane che (sembra) ridere. O il gatto che fa la pipì nella toilette di casa. O forse si appassionerà alla storia dell’abitino che promette un cioccolatino (o era il cioccolatino che prometteva l’abitino?) sempre che si risponda a due domande, ci si iscriva a xy, si tiri dentro tre amici, si twitteri con altri quattro, si pigi “mi piace” su facebook… insomma, come dicono in gergo, “si faccia social”. Oppure no. Perché (forse) questa settimana su You Tube la cosa che andrà alla grande sarà il caffè della Peppina.
Con buona pace della brand equity, del brand value, della brand strategy e pure di mia nonna in cariola.
L’ultima follia che registriamo a dire il vero non è tanto digital. Anzi, non lo è affatto. Ma è figlia, così almeno ci pare, della stessa cultura: l’amore incondizionato per l’automazione, per la “macchina”. Meglio ancora, l’idolatria per la macchina che sostituisce l’uomo.
Lo storia, ovviamente, ci è stata narrata da persona informata personalmente sui fatti.
A Bormio (Bormio, Valtellina, Lombardia, Italia) c’è un fornaio eccezionale. Dalle 5 del mattino in avanti inizia a fornire alberghi, ristoranti, comunità e privati. Impasta e cuoce del pane buonissimo. Lo sanno tutti in paese. Cosa combina questo (censura) signore? Non contento della sua notoria abilità, decide di piazzare nello spazio antistante al suo straordinario forno/spaccio una “macchina automatica”, una di quelle che spara fuori degli oggetti commestibili avvolti in una pellicola preservante chiamati impropriamente pane.
Che bisogno c’era? Siamo a Bormio, mica nel Bronx o a Shangai. Bormio, Valtellina, amena località dove il minimo sindacale delle dotazioni domotiche (leggi: freezer) è straordinariamente diffuso. Al punto che sia i bormini sia i turisti sono teoricamente al riparo da drammi di vaste proporzioni del tipo “Giove pluvio! E’ finito il pane e il panettiere a quest’ora è chiuso!”.
Non capiamo il senso. Della macchina sputa pane. Ci sfugge proprio. Saremo forse inconsapevolmente diventati una banda di luddisti?
Nel dubbio, lanciamo un accorato appello ai nostri amici e colleghi preoccupati di non essere abbastanza up to date e quindi non sufficientemente digitali. Ricordino che tutte le tecnologie (il cacciavite, la sega a vapore, la trappola per topi, il missile per andare sulla Luna, internet…) sono per loro stessa natura neutre e neutrali.
Sono “buone o cattive” a seconda dell’uso. Cioè da quello che ne facciamo noi. Col martello posso piantare un chiodo: sul muro o nella testa di mio cugino Pino. Ma la colpa, ammesso che di colpa si tratti, non è del martello. E neppure di internet. E’ nostra. Auto-condannati a scimmiottare mode e modi. Prigionieri di formule e “culture urbane” che noi stessi inventiamo. O, peggio, importiamo. Come le macchine che distribuiscono il pane.

Siamo dell’opinione che lo sforzo di chi è pagato per pensare dovrebbe concentrarsi sul modo per stare un passo avanti, non due indietro. Mentre invece abbiamo la sensazione che si sentano avanti, addirittura di due. Ma se il tempo non è affatto galantuomo, le mode sì: quando invecchiano si vede immediatamente. E non c’è lifting che tenga.

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