La rosa e il giardiniere


Fatti, opinioni e commenti in tema di punti vendita e consumo consapevole a cura di Evolvere.it



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ZERO TITULI

28-Maggio-2010

La notizia l’ho letta qui. Il blogger a sua volta l’ha trovata qui. Fonti attendibili, purtroppo. Il dato nudo e crudo è che l’Italia sarebbe nella serie B della banda larga. Dopo (sì, state per leggere bene) paesi come… Moldovia, Romania, Bulgaria, Lituania, Lettonia, Estonia, Slovacchia, Ucraina, Slovenia.
Le cattive notizie sono come le ciliegie. Una tira l’altra. Ecco la prossima: secondo l’ISTAT “sono oltre 1,7 milioni i giovani di 15-29 anni che dichiarano di non aver usato il PC nei dodici mesi precedenti l'intervista (18,4 per cento)". Che bello, esclamerà qualcuno. Non hanno toccato neppure un tasto dell’orrido aggeggio perché preferiscono compulsare testi sul più tradizionale supporto cartaceo, come faceva il giovine Leopardi; oppure perché sono nemici acerrimi delle tecnologie alienanti, quelle che attentano l’autenticità delle relazioni personali? Parrebbe di no. Perchè oltre il 43% di loro (dei fanciulli tra i 15 e i 29 anni) semplicemente non legge. E come mai le creature non leggono (non hanno letto nulla, neppure il biglietto del tram, negli ultimi dodici mesi)? Per lo stesso motivo per cui molti di noi (purtroppo) non sanno usare né la zappa né la falce per fare il fieno: i nostri genitori non ce l’hanno insegnato. Così come i genitori dei “ragazzi non leggenti” non hanno mai messo in mano un libro ai loro figli. Forse perché nelle loro case ci sono uno, due o tre televisori, ma libri nisba. Zero tituli e (probabilmente) pure zero giornali, per dirla con Mourinho, uno che almeno le partite le legge.
Un segnale (spaventoso) di diseguaglianza sociale. Peggio: di immobilismo sociale: chi è figlio di genitori curiosi e stimolanti diverrà (con ragionevole probabilità) un adulto curioso e stimolante. Gli altri ciccia.
Terza e ultima brutta notizia: queste mancate trasmissioni familiari (il vero peccato originale) ci collocano in fondo ai valori medi dei paesi Ocse.
La bella notizia è che (adesso) lo sappiamo e non abbiamo più alibi, ammesso che ne avessimo mai avuti. Siamo il paese che ha fatto cose incredibili negli anni ’50 e ’60. Che ha trasformato una società di contadini e di migranti in una delle prime economie mondiali. Diamoci una mossa. E pure un calcio nel fondoschiena, se la mossa non dovesse bastare.

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ON THE EDGE

25-Maggio-2010

La settimana scorsa abbiamo terminato una ricerca particolarmente impegnativa. Intendiamoci, tutte le ricerche sono (o sono diventate) impegnative per via del fatto che viviamo in un mondo parecchio complicato. Ma questa lo è stata di più.
Innanzitutto il tema, indagare su qualcosa che ancora non c’è, ma potrebbe esserci in modo duale: come materia prima e/o come prodotto finito “ready-to-prepare, ready-to-use”.
Poi c’è il target, che non era uno bensì trino: la mamma, il papà e i figliolini, ovvero tutte le configurazioni possibili che la famiglia può assumere oggi.
Ultimo ma non ultimo il committente: un’azienda multinazionale rappresentata da dirigenti entusiasti e innamorati del loro lavoro. Ma pressocché digiuni (è il caso di dirlo) delle nozioni elementari della tradizione alimentare italiana.
***
Si è discusso, tanto e appassionatamente.
Si è lavorato, molto sui concept e su tutto il resto.
Si è imparato, molto e da entrambe le parti.
Il risultato è una batteria di focus group che passeranno alla storia (la nostra, ovviamente) per intensità, originalità di contributi e ricchezza di stimoli.
Non si sa chi sia stato più generoso: i moderatori (due, una donna e un uomo), i consumatori che partecipavano ai gruppi, oppure il cliente. Che nonostante le difficoltà della traduzione simultanea non si è perso una sillaba né una stilla.
***
End results, come dicono gli angloamericani.
Ombre e luci. Più ombre che luci: il mercato alimentare italiano è persino più complesso di un trattato di cromodinamica quantistica.
Decisioni: sì, sì. No, no. Forse. Tutte da validare con una (robusta) verifica quantitativa.
Qualche certezza e, come sempre, altrettanti dubbi.
La certezza più robusta è che stiamo per toccare il bordo. Nel senso che il grosso del cammino è compiuto e che i giochi nei mercati sono chiusi: chi è in testa ci resta, sempreché non compia grosse sciocchezze. Tempi duri per gli outsider e per gli “innovatori trasversali”, quelli che provengono da altri mondi e altre culture.
Mercati più che maturi: forse siamo agli sgoccioli e cerchiamo di avvistare non le possenti ondate degli oceani ma i riccioli esausti dei riflussi.
Una stagione è finita e la nuova non s’annuncia. Forse perché non vogliamo lasciare andare quella morta e defunta e continuiamo a pensare che stia finendo. Per questo la nuova non si annuncia? Continuiamo a guardare indietro invece di guardare avanti. Così, paradossalmente, chi inizia oggi e fa le cose per la prima volta è avvantaggiato perché non si guarda indietro, non è ancorato a vecchi schemi, non deve rinnovare. Innova e basta. Non è detto che vinca, ma ha qualche chance in più.

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SI CENA IN STRADA A LUME DI CANDELA

21-Maggio-2010

Abbiamo letto qui dell’iniziativa promossa dal Sindaco di Firenze. In 18 strade della città si potrà cenera all’aperto. Ma, ancora più ganzo, la rivoluzione riguarda anche i prezzi: in tutta la provincia i ristoranti potranno far pagare il coperto oppure il servizio. Auspicando che i medievali balzelli vengano eliminati entrambi.
E’ una notizia piccola, piccolissima, rispetto alle notizione di correttezza e trasparenza che i consumatori avrebbero il diritto-dovere di ricevere da chi vende loro intrattenimento e servizi. Ma il solo fatto di provarci è senza dubbio una (piccola) rivoluzione. Siamo tutti clienti e siamo tutti venditori: una continua alternanza di situazioni e ruoli che dovrebbe farci pensare. Ad esempio, che in un paese piccolo dove tutto e tutti sono strettamente interconnessi, fare i furbi non porta lontano.

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CRONACHE DALLA BLOGOSFERA

18-Maggio-2010

Premessa doverosa: Facebook non ci fa ha mai fatto impazzire. Ovvio che sia una questione di preferenze. Proprio come preferiamo la fontina di malga alle sottilette plasticose e i vini rossi ai bianchi.
Però a Facebook è scoppiato un petardone mica male, una roba pesante come una bomba di profondità, sicchè è inevitabile parlarne. Tutti i dettagli dell’esplosione li trovate qui. Per chi non avesse tempo né voglia di leggersi tutta la spataffiata, ecco una sintesi dei fatti.
Facebook raggiunge la dimensione dichiarata di 450 milioni di iscritti (quanti realmente attivi non è dato di sapere).
1.   La crescita è esponenziale al punto che… qualcuno parla (addirittura) di nazione-facebook.
2.   Il social-network diventa sinonimo di categoria di prodotto (come la simmenthal per la carne in scatola, la bic per le penne biro e lo scotch per i nastri adesivi).
3.   La forza di un social-network sono gli scambi (di informazioni) e la promessa di contatto tra le persone.
4.   Ma i vertici di Facebook fanno un po’ di confusione sulla privacy degli iscritti al punto che…
5.    …i dati personali possono essere incrociati ad altri aggregatori “amici” (di Fb)
6.   Per impedire ciò, il tricche-tracche informatico che l’utente è costretto a compiere è lungo e complicato (pare che il testo della privacy di Fb sia più lungo della Costituzione Americana…)
7.   Il n°1 di Facebook prende una topica (eufemismo) e dichiara che la privacy è un concetto vecchio e superato che non interessa le persone….
8.   Ma invece… le persone iscritte a Fb (quanti?) s’arrabbiano di brutto e minacciano di abbandonare
9.   Pare che stiano per nascere nuovi social-network (alternativi a Fb e rispettosi della privacy)
10. Il Senato USA vuole saperne di più, i garanti della Ue indagano (eccetera eccetera). Un gran bel casino.
La complessità (e l’ambivalenza) della natura degli esseri umani è resa in massimo grado da Odisseo. L’eroe che “deve” andare (scoprire, conoscere, sperimentare). Ma “deve” tornare. Che rifiuta l’immortalità che gli viene offerta perché sceglie (consapevolmente) la caducità. Che sente insopprimibile il richiamo dell’avventura, ma altrettanto fortemente lotta per poter fare ritorno (eccetera eccetera).
L’avventura di Facebook, quello che sta dietro a Facebook, può essere letto anche in questo senso. Il successo travolgente del social-network si spiega con l’innato bisogno di relazione e amicizia che distingue gli umani dalle macchine (e dagli altri animali). Quanto poi questo bisogno venga davvero soddisfatto da Fb, non ci è dato di sapere. E neppure quanto siano profonde e autentiche le relazioni che si praticano (non tutti amano la fontina di malga, non tutti apprezzano le sottilette plasticose).
Di certo sarebbe bello sapere due o tre cose in più sui facebookiani e magari addirittura poter mettere il naso sulla quota di “abbandono operativo”, la posizione di chi ha aperto un account ma non lo usa o non lo usa più.
Oltre al bisogno di vicinanza-relazione-amicizia, l’altra delle caratteristiche tipica degli umani è il furore. Come quello che prova Achille quando gli fregano le fidanzate o gli scannano Patroclo. Le persone non amano essere strumentalizzate. Usate. Scambiate come figurine del Tide. Non sopportano veder messe in piazza le loro cose più intime. S’infuriano di brutto se si accorgono di essere sovietizzati come si diceva un tempo. Peggio di Achille.
Un principio (etico?) banale. Semplice. Vecchio come il mondo. Che le aziende scordano quando diventano bulimiche. Quando ritengono di non avere più limiti. E’ allora che (spesso) compiono errori che ci fanno venire i brividi. Non di gioia, ma da Grande Fratello di 1984.
Fare CRM è indispensabile. Come le uova per la maionese, le basi di un buon CRM sono le informazioni, oltre che la qualità dei contenuti che le informazioni veicoleranno. Ma un CRM fatto senza riguardo e senza rispetto è come tentare di rimettere la maionese nel tubo dopo averlo spremuto, come spararsi su un piede per vedere l’effetto che fa. Tanto vale provare a farla a mano, la maionese.

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INTERVISTE SUL FUTURO

14-Maggio-2010

2. Cosetta Bertacchini
Direttore commerciale di Poltronesofà
 
 
 
Le domande non sono mai indiscrete, le risposte a volte sì, recita un famoso aforisma. Inutile dire che “fare domande” non solo è il nostro mestiere, ma ci piace pure moltissimo, poiché è il modo migliore per conoscere ed elaborare soluzioni. Le domande di solito le facciamo a tutti, nel rigoroso rispetto dei criteri statistici; questa volta le facciamo a chi per esperienza e responsabilità è nella condizione di guardare un poco oltre la nebbia di incertezza che avvolge il tempo in cui viviamo.
(Qui di seguito il contributo di pensiero di Cosetta Bertacchini. Il suo profilo professionale lo trovate qui e quello dell'azienda in cui lavora qui)
 
La crisi ha cambiato/cambierà in profondità le nostre abitudini di consumo? In altre parole, può essere definita una “crisi culturale”?
Non credo possa essere definita una crisi culturale, piuttosto la definirei crisi di sistema.
Nulla tornerà come prima. Penso che il baricentro si sposterà sempre più da quello attuale, Europa e NordAmerica, a favore di Cina, India e i paesi del Sud-Est asiatico.
La loro volontà di capire ed aggredire i mercati stravolgerà, se già non l’ha fatto, le nostre abitudini e modificherà i nostri consumi.
 
Quali saranno i modelli di consumo vincenti nel prossimo futuro?
Domanda difficile e dolorosa: poiché mancano leadership nazionali propositive e distintive e cause forti in cui credere, sarà molto difficile individuare e rendere continuativi modelli di consumo vincenti. Tutto ciò è aggravato, se possibile, dalla sostanziale indifferenza delle persone, che per decenni si sono cullate nel “troppo stare bene”. Per dirlo con un’apparente paradosso, il modello in cui credo è la “discontinuità nel buon senso”.
 
Ci può descrivere la strategia della sua azienda nel breve e nel medio periodo?
Lavoro duro, innovazione costante, individuazione ed eliminazione dei costi superflui, creatività concreta e trasversale.
Uno dei motti preferiti nella nostra azienda recita così: “quando il consumatore ha ragione, ha ragione; quando ha torto… ha ragione due volte”. Mettere il cliente al centro. Solo se riusciremo a trasformare da potenza in atto questo cambiamento che a fatica stiamo metabolizzando e facendo nostro in profondità, riusciremo a scavare un solco profondo fra noi e la concorrenza. E il consumatore, apprezzandolo, diverrà cliente.
 
Il ruolo del punto vendita – virtuale e/o fisico – secondo lei è cambiato? In caso affermativo, in che modo e verso quale direzione?
Si assiste in generale ad una maggior attenzione alla presentazione dei prodotti e questo avviene in qualsiasi settore commerciale; vedo con piacere che lo sforzo intrapreso va in questa direzione.
E’ un’ancora importante a cui il consumatore risponde solitamente in modo positivo. Concretamente, si prova a far respirare al consumatore un’atmosfera più coinvolgente con l’obiettivo di aumentare il valore percepito.
Perché vede, se il cliente è imperatore, il negozio deve esserne la reggia.

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