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La rosa e il giardiniere
Fatti, opinioni e commenti in tema di punti vendita e consumo consapevole a cura di Evolvere.it
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L'ESTATE STA FINENDO UN'ALTRA VOLTA? |
| | 29-Luglio-2010 | | 
L’anno scolastico 2009-2010 volge finalmente al termine. Come da tradizione tutta italiana, arriva agosto e si va in vacanza. L’anno nuovo, quello “vero”, riprenderà come sempre a settembre con il suo carico annunciato di promesse, sogni e opportunità. Ma anche minacce. E molte, purtroppo. Dice la televisione che una canzonetta dei Righeira, un famoso tormentone di tanti anni fa, sarà il tema musicale dell’estate. Opportunamente remixato però.
Uno dei (tanti, troppi?) fatti che sembrano dare ragione al Principe di Salina de “Il Gattopardo”, il quale in pieno marasma risorgimentale comprendeva con lucida amarezza che tutto cambiava affinché nulla in realtà mutasse.
Ma il mondo là fuori invece è cambiato da un pezzo. E di brutto. Anche se sembra che (tanti, troppi?) non lo vogliano riconoscere.
***
Nel salutarvi e augurarvi buone vacanze, cioè proprio “quelle” che ciascuno di voi desidera, ci permettiamo anche il piccolo lusso della speranza. Che la tregua agostana ci aiuti a ricordare gli ingredienti della “formula magica” dell’eccellenza. Un esercizio che un tempo non lontano gli italiani praticavano con tranquilla naturalezza: serietà, impegno, creatività. E molta passione per il proprio lavoro. |
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| | 21-Luglio-2010 | | 
L’altro giorno abbiamo imparato una parola nuova: hardiness. Magari è nuova solo per noi e un sacco di persone la conoscevano già da un pezzo. Il merito di questa “scoperta”, di questa nuova conoscenza (“piacere, sono una parola nuova. Mi usi pure d’ora in poi se le piaccio”) va a Valentino Rossi. E’ in onor suo che i giornali, il giorno dopo l’ultima (solo in senso temporale!) impresa letteralmente epica hanno parlato di hardiness. Privilegiando una delle molte valenze che questo termine complesso assume, come spesso accade nella lingua inglese e con le parole composte tedesche. Hardiness è stato quindi inteso come la capacità che solo i grandi, grandissimi, campioni hanno di percepire se stessi come “agenti” in grado di modificare gli eventi e le situazioni.
Nonostante le stampelle. Nonostante la gamba carica di chiodi e di viti come il magazzino del ferramenta, che ai controlli suonerà peggio del carro dei pompieri. Nonostante il buon senso, gli scongiuri della sua mamma, i dolori assortiti.
Ovviamente noi non siamo né eroi epici né grandissimi in nessun campo. Nella migliore delle ipotesi, stiamo in piedi sul divano a fare il tifo. Però un dubbio questa hardiness ce lo ha messo in testa.
E se anche noi che non siamo (né ragionevolmente saremo mai) “campioni” di qualcosa, ci sforzassimo nel nostro lavoro di professionisti e artigiani delle vendite, delle ricerche, dei servizi, di modificare “eventi e situazioni”?
Un pochino. Tutti i giorni. Magari pure spingendo (o tirando) nella stessa direzione. Forse le cose migliorerebbero. Anzi, è praticamente certo che migliorerebbero.
Quante persone dotate di hardiness conosciamo? A onor del vero non molte. Nella realtà di tutti i giorni sono quelle che sanno far crescere le cose che vengono loro affidate. Che sostengono la loro squadra. Che “portano a casa”, ogni volta, risultati tangibili e concreti. Molto spesso sono donne. Come una nostra amica di Roma. |
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| | 16-Luglio-2010 | | 
Potremmo dire “dell’inizio”. Ma incipit è tecnicamente più giusto. Oltre a piacerci molto di più. L’incipit è se non tutto, certamente molto. Diciamo che è la chiave d’ingresso che ci consente d’aprire lo scrigno che (si presume) sia pieno di meravigliosi segreti.
Usciamo l’esempio, come dicono a Bari centro. O meglo: il super paradosso. Immaginatevi che la famosa commedia scritta da un signore orgoglioso, polemico e perennemente in fuga, iniziasse lamentando la scarsa copertura del gps satellitare o la perdita della bussola fornita dall’Associzione scautistica “Giovani Fiorentini”, invece di “principiare”, come ben sappiamo, “Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura chè la diritta via era perduta”. Ebbene siamo davvero certi che avrebbe avuto lo stesso successo?
L’incipit è l’arte dell’inizio. E’ la promessa d’amore e d’attenzione che l’artista (l’artigiano, lo scienziato, il bravo venditore: sì, anche il bravo venditore) fanno al loro “cliente”. Alla persona (reale o immaginaria non importa) per la quale stanno scrivendo. Lavorando. Creando. Costruendo. Vendendo.
Certo, un buon incipit non è una garanzia. Ma è già una buona premessa. Mentre un inizio sbagliato, goffo, disarticolato o – peggio - ridicolo, vuol dire partire in salita e con la catena rotta. Ci fa chiudere il libro. Uscire dal negozio. Cambiare canale.
“Era una notte meravigliosa, una di quelle notti che ci capitano soltanto quando siamo giovani, caro lettore." Così inizia “Le notti bianche”, il racconto breve di Dostoevskij che già dalla prima frase ci fa capire quanto profonda e dolente è la storia che ci sta per narrare.
Ognuno di noi ha il proprio “incipit del cuore”, così come ognuno di noi inizia (principia) il proprio lavoro da bravo artefice, da artigiano coscienzioso, scavando e armando robuste e profonde fondamenta.
Nel nostro lavoro – strano doverlo ricordare – l’incipit è la definizione del campione.
Senza campione (senza un buon campione) non si va da nessuna parte. O meglio: non si vince niente.
La nostra gara, - la gara che conduciamo in nome e per conto della cosa più importante che esista: il cliente che ci ha concesso la propria stima e la propria fiducia – è portare a casa un risultato utile. Utile perché vero. Vero perché misurato nella realtà fattuale. Utile perché serve (e servirà nel tempo) all’Azienda per fare o non fare quell’azione. Quel progetto. Quella iniziativa. Perché tutela (e in alcuni casi addirittura crea) posti di lavoro da cui dipende il benessere di molte persone e di molte famiglie.
Costruire un campione è un’arte? Sì. Ma è anche una scienza.
Della scienza ha la sostanza teorica e la verificabilità matematico-statistica.
Dell’arte ha l’esperienza, il gusto, il touch. Si impara con il tempo e con la pazienza, con la passione. Con la voglia di vincere.
Quali sono gli errori più tipici nel campionamento?
Due. Sempre gli stessi:
Primo errore: Sovracampionare, costruendo progetti faraonici e monumentali. Con il risultato di dover sostenere costi giganteschi (la manodopera oggi costa di più rispetto a quellla di Ramsete II) per ottenere risultati utili e maneggevoli come un brontosauro nel salotto di casa.
Secondo errore: Sottocampionare, trovandosi poi in mano un dato che bisogna gonfiare a furia di ragionamenti induttivi privi di validità statistica, per poi ottenere “evidenze” esili e stiracchiate peggio del bicipite del povero Leopardi. A proposito, ricordate l’incipit dell’Infinito? Bravino il ragazzo….
Il segreto della grande scrittura è il genio. E il bisogno. Il bisogno nevrotico di scrivere.
Il segreto dell’artigiano, del venditore, del ricercatore, è la passione per il proprio mestiere, la competenza e l’esperienza.
Entrambe – il mestiere e l’esperienza – non s’inventano.
Riconoscerli - il bravo artigiano, il buon venditore, il ricercatore competente - è semplicissimo. Basta guardare come iniziano. Basta studiare il loro incipit. Che campione ci propongono. Come lo argomentano. Che prove statistiche portano. Quanta bella “matematica operativa” squadernano sul tavolo. Quanto sono sicuri della loro esperienza. E dopo, dopo non smettere di leggerli. |
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| | 12-Luglio-2010 | | 
Come quasi ogni mattina suona la sveglia. La prima notizia che siamo in grado di capire ci sembra una trovata da dj, una roba di quelle che inventava Renzo Arbore ai tempi di “Quelli della notte”. Tempo di alzarci e l’abbiamo già scordata.
Ma aprendo la posta la troviamo qui, inviata da una Laura Giunti più imbufalita di un proprietario di bond argentini. Quindi è vera. La notizia. Anche se non sembra vera. Quindi può essere vera. Anche se non è verosimile.
C’è che vendono un’isola di 17 ettari a 1,44 euro al metro quadro. Un posto così bello e unico e meraviglioso che altrove, ovunque anche in Stupidistan, proteggerebbero meglio dell’albero delle Esperidi. Non un’isola delle pur valide Sandwich Australi (date un’occhiata anche superficiale a Google Maps e vi renderete conto della portata dell’esempio).
La cosa che ci fa perdere il lume della ragione non è tanto e non solo che vogliano vendere una cosa invendibile come un Piero della Francesca. La cosa orribile è che, come troppo spesso accade negli ultimi anni (decenni?) questa sceneggiata non solo è stupida, ma è pure finta come una gondola di plastica. Come la sceneggiata di Totò che cerca di vendere a Peppino la Fontana di Trevi. (Imperdibile! La trovate di certo su You Tube). Perché (grazie al cielo) interverranno le Belle Arti, la Protezione della Foca Monaca, i Vigili del Fuoco, i Carabinieri a Cavallo, la Tutela dell’Ambiente, le Belle Arti, l’Associazione Balletto Classico Nuragico… e le altre dodicimiladuecentodiciassette organizzazioni che dovrebbero tutelare gli italiani e soprattutto il patrimonio naturale italiano ad impedirlo. E di fatto “qualcuno” e “qualcosa” miracolosamente impediranno l’assurda vendita. Ma allora che senso ha indirla?
Una farsa figlia del paese che non a caso ha inventato la “Commedia dell’Arte” dove tutto è finto, di cartapesta, tutto è un raggiro che poi alla fine, bene o male, s’aggiusta. Come nelle commedie di Goldoni. Come nella tradizione dei Pulcinella, Arlecchino, Brighella, Balanzone, Colombina… Dove tutto acquista per qualche istante le sembianze dell’autentico e del grave, e invece è solo finzione e gioco teatrale.
Si potrebbe sempre concludere che, in fondo, meglio vivere come Arlecchino piuttosto che alla corte dei Burgundi. Meglio rischiare, nel peggiore dei casi, una pedata nel fondoschiena piuttosto che la fine di Sigfrido nell’Oro del Reno. Insomma, meglio la farsa al dramma. Meglio la commedia alla tragedia. Meglio gli italianuzzi dei tedeschi di Germania.
Peccato però, che lo sport preferito da noi italiani sia la trasformazione deformante. Siamo talmente dotati in quest’arte che riusciamo a cambiare in buffonerie da artisti di strada (mangiafuoco, saltimbanchi, suonatori di organetto, giocolieri…) persino metodi, tecniche, strumenti di analisi, comparazione e confronto, che altrove sono invece impiegati per quello che sono in realtà: strumenti per comprendere e (tentare) di migliorare.
Poiché non abbiamo mai creduto alla facile teoria dei codici culturali inscritti nei DNA dei popoli e delle etnie che attribuiscono a questo o quel paese vizi e virtù variamente assortiti (i belgi tonti secondo i francesi; gli scozzesi i più avari del mondo; gli abruzzesi forti e gentili, i piemontesi falsi e cortesi, eccetera eccetera…) non ci resta che constatare quanto sia aumentato negli ultimi decenni il numero di coloro i quali deliberatamente amano farsi pendere per i fondelli. (Riferito al business, ovviamente).
E poiché - come aveva scoperto quel signore là verso la fine del Seicento che “la moneta cattiva scaccia sempre quella buona”, avvertendo così il suo sovrano che non era proprio il caso di mettere in circolazione più moneta di quante fossero le riserve auree disponibili – il Belpaese è ultimamente condizionato da una pletora di gonzi. Che come il personaggio del più grande racconto italiano dell’Ottocento, nella speranza di divenir ricco seminava le monete d’oro nell’Orto dei Miracoli. Ma Pinocchio, se non erriamo, si fece abbindolare dal Gatto e dalla Volpe per amore del padre.
Tonto, certo. Ma almeno affettivo e sentimentale. Altro valore che ultimamente pare abbiamo sconsolatamente perduto. |
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DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO D’AMORE. |
| | 6-Luglio-2010 | | 
La storia andò più o meno così. Nel 1900 David Hilbert, uno dei più grandi matematici del tempo, espose al Congresso Internazionale di Bologna quali fossero i principali problemi irrisolti della matematica. In un intervento diventato famoso, affermò che la cosa più urgente da risolvere era “dimostrare la consistenza dell’Aritmetica”. In parole povere, cioè quelle che più o meno siamo in grado di comprendere noi matematicamente normodotati, il sogno di Hilbert era di dimostrare la consistenza degli assiomi aritmetici… affinché (per farla breve) la verità o falsità di una proposizione potesse, finalmente, essere stabilita senza ombra di dubbio. Il tutto seguendo un procedimento definito, esattamente come per fare un soufflé, la cui buona riuscita, come gli amanti del buon cibo sanno, non è mai frutto del caso. Il sogno (il progetto, l’ambizione, l’onnipotenza?) di Hilbert era veramente di grandezza smisurata: dare inattaccabilità logica al determinismo.
(Interessante? Ce lo auguriamo vivamente, Se avrete un po’ di pazienza, prima o poi arriveranno come nei film western “i nostri”, ovvero le buone vecchie care ricerche di mercato, quelle cose che, di fatto, traggono anche loro il proprio fondamento logico sulla verità vs. falsità di una o più proposizioni).
In questo sforzo gigantesco (quello di Hilbert, non quello della preparazione del soufflè) il matematico tedesco fu supportato dall’impegno delle migliori, ma che diciamo migliori: delle più straordinarie menti matematiche di quegli anni. Mentre il lavoro proseguiva e sembrava stesse per essere coronato da grande successo, nel 1931 uno sconosciuto giovane matematico di Vienna, un certo Kurt Godel, mandò in frantumi in modo indiscutibile quanto inatteso il sogno di Hilbert. Per sua (e nostra) sfortuna non è possibile dimostrare la consistenza di nessun sistema logico che contenga l’aritmetica. La tesi divenne poi meglio nota, si fa per dire ovviamente, come inevitabilità dell’indecidibilità. Un bel casino, vero? Tuttavia, per nostra fortuna e per la salvezza del buon senso comune, i matematici sono generosamente giunti alla conclusione che anche lo spettro dell’assenza di consistenza vada affrontato come tutti gli altri fantasmi. Cioè con l’impiego di quel sano pragmatismo che ci fa fare appello alla ragione pratica, all’esperienza. Nella (ragionevole) certezza che gli effetti della geniale dimostrazione di Godel siano, come dire, trascurabili. Come le deformazioni spazio-temporali previste dalla teoria della relatività: reali, effettive, assolutamente certe. Ma nel caso in cui guidiamo in autostrada a velocità ampiamente al di sotto di quella della luce assolutamente infinitesimali da risultare insignificanti (e quindi immisurabili). Insomma, pare che il soufflè sia salvo, sempreché la temperatura del forno sia quella giusta e non si ecceda nei tempi.
Ammesso che siate arrivati sino a questo punto e non abbiate cancellato con un tratto di mouse questo “indecidibile” post, forse vi chiederete se siamo vittime del caldo o di qualche altro morbo che ultimamente perseguita i piccoli imprenditori italiani. E anche quelli medi.
Il fatto è che amiamo di un amore scarsamente ricambiato la matematica perché il mondo è – profondamente, totalmente, ineluttabilmente – matematico. Anche se non perfettamente prevedibile e deducibile, la matematica esiste a prescindere dai matematici, tra l’altro perché i principi matematici vengono “scoperti” e non “inventati” dai matematici. Esistono a priori. Girano nell’aria. Veleggiano tra le nuvole. Stanno nei sogni del dormiveglia. Mentre la musica, la pittura, l’architettura e la bellezza in genere hanno assoluto bisogno di noi per essere apprezzati e compresi, la matematica continuerebbe tranquilla ad esistere anche se sparisse d’un tratto il genere umano. Se, ad esempio, nessuno nell’Universo fosse più in grado di intendere che se x è uguale a y e z è uguale ad x, le tre grandezze (le tre entità) sono identiche.
Il povero Partenone invece no. Per essere ancora e sempre lui, lo “scatolone” meraviglioso che ti fa stramazzare per l’emozione (e per la fatica della salita all’Acropoli) il Tempio dei Templi “deve” essere guardato da occhi in grado di comprendere ed apprezzare per ciò che è. (Se pensiamo ai barbari, alla lunga teoria di animali feroci che periodicamente calavano attratti come mosche dal miele sul mondo greco-romano, che altro successe se non la loro progressiva domesticazione attraverso l’abitudine alla bellezza?).
Amiamo la matematica perché è la base – sia pur non perfettamente prevedibile e deducibile – del fare ricerca. Del tentare di prevedere cosa accadrà. Del provare a misurare in anticipo la conseguenza (le conseguenze). Dello studiare, provando e riprovando, cosa accadrà (accadrebbe, accadde) in quel certo sistema complicato ed astruso perché eminentemente umano, se si intervenisse su x e un pochino su y e giusto un pizzico su z.
Amiamo la matematica perché, nonostante o proprio perché è una brutta bestia, ci mette nelle condizioni di dire a un cliente “sorry but, ma questo proprio non s’ha da fa’”. E di essere serenamente, onestamente certi di affermare un qualcosa di (ragionevolmente) vero.
Che in questi tempi di totale incertezza non è poi così male. |
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