La rosa e il giardiniere


Fatti, opinioni e commenti in tema di punti vendita e consumo consapevole a cura di Evolvere.it



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IL CIELO SOPRA LE VIGNE

23-Febbraio-2010

Ci riconosciamo perfettamente nell’opinione attribuita a Miuccia Prada (“La Corea mi ricorda l’Italia del dopoguerra: pieni di fiducia nel futuro e di voglia di fare. Noi invece sembriamo precipitati in un grigio Medioevo”) pur non essendo mai stati in Corea e senza alcuna intenzione di andarci. Nel senso che L’Italia sembra grigia e rinsecchita pure a chi come noi osserva il mondo da orizzonti più ristretti.
La domanda è dunque inevitabile e retorica: come si fa a ridare un po’ di colore a questo strano paese che tutto premia fuorchè l’intelligenza e il merito?
L’altro giorno siamo entrati in un piccolo esercizio in una piccolissima località di provincia. La persona che serviva ai tavoli ci ha spiegato che era lì solo per dare una mano. Che il suo mestiere era un altro, cose noiose come l’export, la ricerca di nuovi mercati, le spedizioni via nave, la creazione di reti commerciali ad hoc. Dopo qualche piccola domanda d’incoraggiamento, il “cameriere in prestito” ha preso la spinta giusta (l’andi, come dicono da quelle parti) e ha proseguito senza più bisogno di stimoli raccontando del mercato cinese e tailandese. Dei deliri e delle mafie da far east (per l’appunto). Della competenza gastronomica dei giapponesi. Della grande civiltà di olandesi e danesi (questa la sapevamo anche noi) del turismo eno-gastronomico, della cultura del territorio eccetera eccetera.
Ovviamente parla perfettamente l’inglese e il francese. Il tedesco invece un po’ meno. Avrà trent’anni scarsi e gusti musicali molto, molto tradizionali (genere Mina e dintorni) e una chiara propensione per le scarpe stringate inglesi. Ci ha spiegato che da quelle parti sono in molti a fare il suo mestiere. Ne abbiamo concluso che i suoi livelli di competenza, intraprendenza, conoscenza – decisamente fuori dal normale – in loco sono invece una risorsa abbastanza diffusa. Anzi, parecchio.
Ma di che loco stiamo parlando? Un pezzo di belpaese che sta tra le colline di Barolo e Barbaresco, Langheshire, Piemonte. Un’Italia molto, molto meno grigia del solito.

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VENDERE LA QUALITÀ

19-Febbraio-2010

La cattiva notizia è che non siamo un paese di grandi lettori. Quella buona è che sulla falsariga di slow-food oggi c’è un luogo ideato per segnalare, sostenere, diffondere e promuovere i titoli di qualità. Libri di grande valore che pur essendo tali – o proprio perché tali – non diventano, né diventeranno mai, bestseller.
Intendiamoci, noi amiamo i volumi di vendita, in tutti sensi. Ma che trascorsa sì e no una settimana dall’esposizione sul bancone, un titolo sparisca solo perché non ha superato una certa soglia di acquisti, è chiaramente una scelta impoverente. Così come troviamo deprimente che all’ingresso delle più importanti catene siano esposti i “dieci titoli più venduti”. Perché del commercio delle idee si tratta, non del detersivo che lava più bianco.
Contro il conformismo e la tautologia (“lo compro perché l’hanno comprato gli altri”) c’è InternetSlowbookfarm. Il lettore troverà proposte editoriali di qualità sostenute da “una community di recensori/lettori qualificati, secondo il modello dei Grandi Lettori  proposto dai critici Alberto Casadei, Andrea Cortellessa e Guido Mazzoni e dalle classifiche di Pordenonelegge/Dedalus, e però aperto qui al contributo e alla discussione nei modi dei commenti liberi collegati alle recensioni proposte”.
In fondo, anche questa storia è l’ennesimo esempio del conflitto fra interessi di breve periodo e sostenibilità nel lungo. Dell’eterno conflitto tra il bisogno di vendere molto e subito, e quello di poggiare su fondamenta scavate in profondità. Proprio come la nostra condizione oggi.

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LESSICO FAMILIARE

16-Febbraio-2010

Pensiamo l’abbiano vista in molti la nuova campagna Mini. In città è difficile sfuggire all’impatto delle mega affissioni 6x3 versione retroilluminata. Ma, per quanto creative e funzionali, non sono le soluzioni media che ci hanno colpito, quanto piuttosto l’intelligenza esibita dalla marca. Ricordate il claim della campagna? “Carina un corno” recita l’head-line sopra la foto del nuovo modello muscolarmente ripreso da ¾.
Intelligenza intesa come capacità del brand di stare in contatto con i target audience con il quale si vuole creare una conversazione, un dialogo tra simili.
Intelligenza come risposta creativamente concreta a evidenze prodotte dalle ricerche (sempre lì si cade! Ben scavato vecchia talpa!).
Intelligenza di una marca che sa seguire (o tutt’al più anticipare leggerissimamente) i codici lessicali e semantici dell’universo di consumo che più le interessa.
Perché un’auto (un abito, un cibo, un divano… ) in ultima istanza altro non sono che prodotti culturali (ma questo lo sapevamo da un pezzo).
Brava Mini. “Mini” solo nel nome, è il caso di dirlo.

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IL PANINO DEMOCRATICO

10-Febbraio-2010

In tempi trascorsi abbiamo lavorato per McDonald’s. Migliaia di visite Mystery all’anno, migliaia di panini ingurgitati su e giù per l’Italia per verificare la corretta applicazione degli standard aziendali. Un lavoro molto impegnativo da tutti i punti di vista.
Da allora, beninteso per motivi puramente dietetici (a mezzogiorno carboidrati, proteine solo la sera) non siamo più entrati in un punto vendita McDonald’s.
Le recenti polemiche sul nuovo posizionamento local della catena dei due archi ci hanno fatto venire la curiosità di rimettere la testa dentro in uno qualsiasi dei templi del fast food.
Entriamo, facciamo un rapido giro, registriamo - click click - con la mente quello che ci circonda per poi metterci giudiziosamente in coda.
L’odore è quello di sempre: tosto, deciso, senza mezzi termini come un accordo dei redivivi ACDC.  Anche il servizio non è cambiato: scientifico come un’equazione di Maxwell, uguale per tutti come una Ford modello T, democratico come il welfare dei Paesi scandinavi. Ad occhio e croce, anche le persone – nel senso di clienti - sono ancora le stesse. 
***
Diciamolo: non hanno torto gli ambientalisti quando sostengono che la magica polpetta ha le sue responsabilità nei confronti dell’equilibrio del pianeta; allevare bovini per poi farne hamburger è forse insostenibile nel lungo periodo. E ancora: hanno forse torto gli studiosi della FAO quando sostengono che il nutrimento dato ai bovini contribuirebbe a risolvere il problema della fame nel mondo? (eccetera eccetera).
Ecco, lo abbiamo detto. Non solo: vogliamo dire in modo esplicito ciò che molti pensano? Che la “magica polpetta” fa parte della più discutibile cultura yankee, così rozza rispetto a noi evoluti, sofisticati e raffinati cittadini europei? (sic)
Eppure il paninazzo con la carne dentro (e tutto il resto) continua ad essere tra i cibi più democratici del mondo. Per di più offerto in modo programmaticamente, ferocemente, egualitario: peruviano o monzese, bianco, nero, rosso o giallo che tu sia.
Un’altra conferma, l’ennesima, su quanto sia difficile trovare in punto d’equilibrio tra i bisogni delle persone e le risorse del pianeta. Un tema che riguarda tutti noi in ogni momento della nostra vita di lavoro: come conciliare gli obiettivi di breve periodo compiendo scelte sostenibili nel lungo?

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ON THE ROAD

8-Febbraio-2010

Andando a spasso per la rete - la miglior scusa per fingere di lavorare - nei giorni scorsi ci siamo imbattuti in una serie di articoli del genere “mai più farne senza”. Tra gli altri spiccavano quelli di autorevoli giornali inglesi i quali, discettando sul futuro del lavoro, ipotizzavano la scomparsa delle commesse verso il 2030. Un segnale di speranza ci giunge invece da un noto quotidiano italiano, secondo il quale la figura di maggiordomo sarà fra le professioni di maggior successo nel prossimo futuro. (Condividiamo appieno, anche se il problema è semmai come permetterselo).
Messi di buon umore – è il caso di dirlo – da questo largo impegno previsionale (la futurologia è un mestiere simpatico chè non comporta rischio di smentite) verso sera ci siamo imbattuti in un reportage sul fenomeno dei venditori porta a porta in Italia. 
 ***
Pare (non abbiamo riscontri in proposito) sia un fenomeno in rapida diffusione e che riguardi migliaia di persone. La gamma merceologica dei prodotti offerta è molto vasta: alimenti surgelati, aspirapolvere, libri d’arte.
Porta a porta vuol dire milioni di kilometri percorsi ogni anno. Decine di migliaia di campanelli suonati. Migliaia di clienti affezionati e fidelizzati.
Ma il clou del reportage è che i venditori porta a porta sarebbero così soddisfatti del loro lavoro al punto di non volerlo cambiare. Di non voler tornare alle vecchie occupazioni. Il motivo? La dimensione umana, il piacere dell’incontro e della relazione. Insomma, un rapporto umano fra umani. Una spiegazione che ci sembra più che plausibile.
 ***
Nel prossimo corso di formazione ci piacerebbe portare in aula la voce di qualche venditore porta a porta. Siamo certi che i “colleghi stanziali” che lavorano a muso lungo nei negozi ne trarrebbero grande giovamento.

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