La rosa e il giardiniere


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TORMENTI D’ESTATE

30-Agosto-2010

Qual è stato il tormentone dell’estate? Quello delle coatte di Ostia “bira e calippo”, record di contatti su You Tube, oppure i pronostici del calcio-mercato italiano? A nostra epidermica impressione il tormentone per eccellenza è low-cost. Una parola (una filosofia, una strategia, un’idea del mondo…) temiamo destinata a durare molto più a lungo dei tradizionali tormentoni estivi.
Tutto, secondo la pubblicità, è diventato o sta per diventare low-cost. I viaggi aerei, il cui picco massimo di risparmio pare si raggiunga prenotando tra i sei e gli otto mesi prima (opportunità altamente educativa per la categoria degli indecisi). L’abbigliamento. La tecnologia digitale. I mobili. Il cibo. Le offerte speciali delle “grandi marche”. I conti correnti bancari. Eccetera eccetera.
Per pudore e carità di patria, evitiamo di prendere in considerazione il costo del lavoro intellettuale, categoria la cui popolarità è da tempo in soave caduta libera.
Eppure c’è qualcosa che non torna. Anzi, per dirla tutta, c’è molto di più di qualcosa che non torna. Che non quadra affatto. Certo, il trionfo del low-cost (vero e finto) è diretta conseguenza di ciò di cui stiamo soffrendo: una crisi economica che, come la Peste Nera nell’Europa del Trecento, sta diventando crisi di sistema.
Perché ci paralizza e ci impedisce di pensare (e di farlo in fretta) il nuovo e il diverso che potrebbero realmente portarci fuori dalla crisi. Intendiamoci: ogni crisi – quindi anche questa – costringe in un modo o nell’altro a “fare ricerca” sull’esistente, sul vecchio, su ciò che è pur trapassato, ancora non trapassa.
Su questo punto ci sono due linee di pensiero sostanziali. La prima, in fondo positiva e ottimistica, ipotizza che la fase di pulizia e di rinascita – quella che grosso modo coincide con le razionalizzazioni e la pulizia dei rami secchi e secchissimi – fatichi a prendere il via e non sia ancora iniziata, perché la crisi è talmente profonda che mancano non solo i soldi, ma soprattutto la fiducia e la tranquillità politica per investire sul futuro.
La seconda, più pessimistica e radicale, riguarda la sostenibilità stessa di un sistema che si basa sul consumo per il consumo anche quando non c’è (o non ci potrebbe essere) più nulla da “consumare per consumare”.
In entrambi i casi, è doveroso riconoscere l’esistenza di milioni di consumatori in Italia e nel mondo che continuano a richiedere e a cercare qualcosa di “nuovo e diverso” che però abbia un sapore antico dell'autenticità. Forse anche di essenzialità, come teorizzano gli studiosi della cosiddetta “Economia del dono” e i movimenti che, specie nel mondo anglosassone, auspicano il ritorno alla frugalità più estrema (“Vivere possedendo non più di 100 oggetti”).
A proposito di autenticità, di nuovo e di diverso, la foto che Laura ha scattato è stata presa in una delle più meravigliose località turistiche rigorosamente a portata di voli low-cost, la dice lunga. Di più: con buona pace del falso marketing stile anni ’80, la dice tutta.
Dice cosa c’è e cosa, presumibilmente, non c’è, e non ci sarà neppure a piangere in coreano in quel negozio. E questo, ammettiamolo, per quanto inusuale nella sua onesta immediatezza, non è poi un risultato così difficile da raggiungere.
Ma soprattutto dice che bisogna ripartire (o partire ex-novo) dal prodotto. Dalle “cose” che facciamo e da come le offriamo. Prima, durante e dopo averle proposte e vendute.
Il marketing della retorica e delle iperboli pubblicitarie (iper, super, ultra, extra…) che non poggia su cose vere e reali, che si toccano, si provano, si raccontano e che – soprattutto – mantengono le promesse che ci fanno, è morto e sepolto da un pezzo. Come la mozzarella di bufala prodotta con il latte (in polvere) tedesco. Come i pomodori di Pachino coltivati dalle parti di Pechino (sì, è una battuta orrenda ma rende l’idea). Come i 70 miliardi di cibo italiano contraffatto che ogni anno milioni di consumatori nel mondo si pappano inconsapevolmente.
Le persone (cioè noi) fanno esperienze. Belle. Brutte. Così così. E poi ne parlano ad altre persone. Punto.
Crediamo sia questo il tema più importante che nel nuovo anno scolastico dovremo sviluppare e, per quanto possibile, persino tentare di risolvere.

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