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La rosa e il giardiniere
Fatti, opinioni e commenti in tema di punti vendita e consumo consapevole a cura di Evolvere.it
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| 30-Agosto-2010 | | | 
Qual è stato il tormentone dell’estate? Quello delle coatte di Ostia “bira e calippo”, record di contatti su You Tube, oppure i pronostici del calcio-mercato italiano? A nostra epidermica impressione il tormentone per eccellenza è low-cost. Una parola (una filosofia, una strategia, un’idea del mondo…) temiamo destinata a durare molto più a lungo dei tradizionali tormentoni estivi.
Tutto, secondo la pubblicità, è diventato o sta per diventare low-cost. I viaggi aerei, il cui picco massimo di risparmio pare si raggiunga prenotando tra i sei e gli otto mesi prima (opportunità altamente educativa per la categoria degli indecisi). L’abbigliamento. La tecnologia digitale. I mobili. Il cibo. Le offerte speciali delle “grandi marche”. I conti correnti bancari. Eccetera eccetera.
Per pudore e carità di patria, evitiamo di prendere in considerazione il costo del lavoro intellettuale, categoria la cui popolarità è da tempo in soave caduta libera.
Eppure c’è qualcosa che non torna. Anzi, per dirla tutta, c’è molto di più di qualcosa che non torna. Che non quadra affatto. Certo, il trionfo del low-cost (vero e finto) è diretta conseguenza di ciò di cui stiamo soffrendo: una crisi economica che, come la Peste Nera nell’Europa del Trecento, sta diventando crisi di sistema.
Perché ci paralizza e ci impedisce di pensare (e di farlo in fretta) il nuovo e il diverso che potrebbero realmente portarci fuori dalla crisi. Intendiamoci: ogni crisi – quindi anche questa – costringe in un modo o nell’altro a “fare ricerca” sull’esistente, sul vecchio, su ciò che è pur trapassato, ancora non trapassa.
Su questo punto ci sono due linee di pensiero sostanziali. La prima, in fondo positiva e ottimistica, ipotizza che la fase di pulizia e di rinascita – quella che grosso modo coincide con le razionalizzazioni e la pulizia dei rami secchi e secchissimi – fatichi a prendere il via e non sia ancora iniziata, perché la crisi è talmente profonda che mancano non solo i soldi, ma soprattutto la fiducia e la tranquillità politica per investire sul futuro.
La seconda, più pessimistica e radicale, riguarda la sostenibilità stessa di un sistema che si basa sul consumo per il consumo anche quando non c’è (o non ci potrebbe essere) più nulla da “consumare per consumare”.
In entrambi i casi, è doveroso riconoscere l’esistenza di milioni di consumatori in Italia e nel mondo che continuano a richiedere e a cercare qualcosa di “nuovo e diverso” che però abbia un sapore antico dell'autenticità. Forse anche di essenzialità, come teorizzano gli studiosi della cosiddetta “Economia del dono” e i movimenti che, specie nel mondo anglosassone, auspicano il ritorno alla frugalità più estrema (“Vivere possedendo non più di 100 oggetti”).
A proposito di autenticità, di nuovo e di diverso, la foto che Laura ha scattato è stata presa in una delle più meravigliose località turistiche rigorosamente a portata di voli low-cost, la dice lunga. Di più: con buona pace del falso marketing stile anni ’80, la dice tutta.
Dice cosa c’è e cosa, presumibilmente, non c’è, e non ci sarà neppure a piangere in coreano in quel negozio. E questo, ammettiamolo, per quanto inusuale nella sua onesta immediatezza, non è poi un risultato così difficile da raggiungere.
Ma soprattutto dice che bisogna ripartire (o partire ex-novo) dal prodotto. Dalle “cose” che facciamo e da come le offriamo. Prima, durante e dopo averle proposte e vendute. Il marketing della retorica e delle iperboli pubblicitarie (iper, super, ultra, extra…) che non poggia su cose vere e reali, che si toccano, si provano, si raccontano e che – soprattutto – mantengono le promesse che ci fanno, è morto e sepolto da un pezzo. Come la mozzarella di bufala prodotta con il latte (in polvere) tedesco. Come i pomodori di Pachino coltivati dalle parti di Pechino (sì, è una battuta orrenda ma rende l’idea). Come i 70 miliardi di cibo italiano contraffatto che ogni anno milioni di consumatori nel mondo si pappano inconsapevolmente. Le persone (cioè noi) fanno esperienze. Belle. Brutte. Così così. E poi ne parlano ad altre persone. Punto. Crediamo sia questo il tema più importante che nel nuovo anno scolastico dovremo sviluppare e, per quanto possibile, persino tentare di risolvere. |
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| 29-Luglio-2010 | L'ESTATE STA FINENDO UN'ALTRA VOLTA? |
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L’anno scolastico 2009-2010 volge finalmente al termine. Come da tradizione tutta italiana, arriva agosto e si va in vacanza. L’anno nuovo, quello “vero”, riprenderà come sempre a settembre con il suo carico annunciato di promesse, sogni e opportunità. Ma anche minacce. E molte, purtroppo. Dice la televisione che una canzonetta dei Righeira, un famoso tormentone di tanti anni fa, sarà il tema musicale dell’estate. Opportunamente remixato però.
Uno dei (tanti, troppi?) fatti che sembrano dare ragione al Principe di Salina de “Il Gattopardo”, il quale in pieno marasma risorgimentale comprendeva con lucida amarezza che tutto cambiava affinché nulla in realtà mutasse.
Ma il mondo là fuori invece è cambiato da un pezzo. E di brutto. Anche se sembra che (tanti, troppi?) non lo vogliano riconoscere.
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Nel salutarvi e augurarvi buone vacanze, cioè proprio “quelle” che ciascuno di voi desidera, ci permettiamo anche il piccolo lusso della speranza. Che la tregua agostana ci aiuti a ricordare gli ingredienti della “formula magica” dell’eccellenza. Un esercizio che un tempo non lontano gli italiani praticavano con tranquilla naturalezza: serietà, impegno, creatività. E molta passione per il proprio lavoro. |
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| 21-Luglio-2010 | | | 
L’altro giorno abbiamo imparato una parola nuova: hardiness. Magari è nuova solo per noi e un sacco di persone la conoscevano già da un pezzo. Il merito di questa “scoperta”, di questa nuova conoscenza (“piacere, sono una parola nuova. Mi usi pure d’ora in poi se le piaccio”) va a Valentino Rossi. E’ in onor suo che i giornali, il giorno dopo l’ultima (solo in senso temporale!) impresa letteralmente epica hanno parlato di hardiness. Privilegiando una delle molte valenze che questo termine complesso assume, come spesso accade nella lingua inglese e con le parole composte tedesche. Hardiness è stato quindi inteso come la capacità che solo i grandi, grandissimi, campioni hanno di percepire se stessi come “agenti” in grado di modificare gli eventi e le situazioni.
Nonostante le stampelle. Nonostante la gamba carica di chiodi e di viti come il magazzino del ferramenta, che ai controlli suonerà peggio del carro dei pompieri. Nonostante il buon senso, gli scongiuri della sua mamma, i dolori assortiti.
Ovviamente noi non siamo né eroi epici né grandissimi in nessun campo. Nella migliore delle ipotesi, stiamo in piedi sul divano a fare il tifo. Però un dubbio questa hardiness ce lo ha messo in testa.
E se anche noi che non siamo (né ragionevolmente saremo mai) “campioni” di qualcosa, ci sforzassimo nel nostro lavoro di professionisti e artigiani delle vendite, delle ricerche, dei servizi, di modificare “eventi e situazioni”?
Un pochino. Tutti i giorni. Magari pure spingendo (o tirando) nella stessa direzione. Forse le cose migliorerebbero. Anzi, è praticamente certo che migliorerebbero.
Quante persone dotate di hardiness conosciamo? A onor del vero non molte. Nella realtà di tutti i giorni sono quelle che sanno far crescere le cose che vengono loro affidate. Che sostengono la loro squadra. Che “portano a casa”, ogni volta, risultati tangibili e concreti. Molto spesso sono donne. Come una nostra amica di Roma. |
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| 16-Luglio-2010 | | | 
Potremmo dire “dell’inizio”. Ma incipit è tecnicamente più giusto. Oltre a piacerci molto di più. L’incipit è se non tutto, certamente molto. Diciamo che è la chiave d’ingresso che ci consente d’aprire lo scrigno che (si presume) sia pieno di meravigliosi segreti.
Usciamo l’esempio, come dicono a Bari centro. O meglo: il super paradosso. Immaginatevi che la famosa commedia scritta da un signore orgoglioso, polemico e perennemente in fuga, iniziasse lamentando la scarsa copertura del gps satellitare o la perdita della bussola fornita dall’Associzione scautistica “Giovani Fiorentini”, invece di “principiare”, come ben sappiamo, “Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura chè la diritta via era perduta”. Ebbene siamo davvero certi che avrebbe avuto lo stesso successo?
L’incipit è l’arte dell’inizio. E’ la promessa d’amore e d’attenzione che l’artista (l’artigiano, lo scienziato, il bravo venditore: sì, anche il bravo venditore) fanno al loro “cliente”. Alla persona (reale o immaginaria non importa) per la quale stanno scrivendo. Lavorando. Creando. Costruendo. Vendendo.
Certo, un buon incipit non è una garanzia. Ma è già una buona premessa. Mentre un inizio sbagliato, goffo, disarticolato o – peggio - ridicolo, vuol dire partire in salita e con la catena rotta. Ci fa chiudere il libro. Uscire dal negozio. Cambiare canale.
“Era una notte meravigliosa, una di quelle notti che ci capitano soltanto quando siamo giovani, caro lettore." Così inizia “Le notti bianche”, il racconto breve di Dostoevskij che già dalla prima frase ci fa capire quanto profonda e dolente è la storia che ci sta per narrare.
Ognuno di noi ha il proprio “incipit del cuore”, così come ognuno di noi inizia (principia) il proprio lavoro da bravo artefice, da artigiano coscienzioso, scavando e armando robuste e profonde fondamenta.
Nel nostro lavoro – strano doverlo ricordare – l’incipit è la definizione del campione.
Senza campione (senza un buon campione) non si va da nessuna parte. O meglio: non si vince niente.
La nostra gara, - la gara che conduciamo in nome e per conto della cosa più importante che esista: il cliente che ci ha concesso la propria stima e la propria fiducia – è portare a casa un risultato utile. Utile perché vero. Vero perché misurato nella realtà fattuale. Utile perché serve (e servirà nel tempo) all’Azienda per fare o non fare quell’azione. Quel progetto. Quella iniziativa. Perché tutela (e in alcuni casi addirittura crea) posti di lavoro da cui dipende il benessere di molte persone e di molte famiglie.
Costruire un campione è un’arte? Sì. Ma è anche una scienza.
Della scienza ha la sostanza teorica e la verificabilità matematico-statistica.
Dell’arte ha l’esperienza, il gusto, il touch. Si impara con il tempo e con la pazienza, con la passione. Con la voglia di vincere.
Quali sono gli errori più tipici nel campionamento?
Due. Sempre gli stessi:
Primo errore: Sovracampionare, costruendo progetti faraonici e monumentali. Con il risultato di dover sostenere costi giganteschi (la manodopera oggi costa di più rispetto a quellla di Ramsete II) per ottenere risultati utili e maneggevoli come un brontosauro nel salotto di casa.
Secondo errore: Sottocampionare, trovandosi poi in mano un dato che bisogna gonfiare a furia di ragionamenti induttivi privi di validità statistica, per poi ottenere “evidenze” esili e stiracchiate peggio del bicipite del povero Leopardi. A proposito, ricordate l’incipit dell’Infinito? Bravino il ragazzo….
Il segreto della grande scrittura è il genio. E il bisogno. Il bisogno nevrotico di scrivere.
Il segreto dell’artigiano, del venditore, del ricercatore, è la passione per il proprio mestiere, la competenza e l’esperienza.
Entrambe – il mestiere e l’esperienza – non s’inventano.
Riconoscerli - il bravo artigiano, il buon venditore, il ricercatore competente - è semplicissimo. Basta guardare come iniziano. Basta studiare il loro incipit. Che campione ci propongono. Come lo argomentano. Che prove statistiche portano. Quanta bella “matematica operativa” squadernano sul tavolo. Quanto sono sicuri della loro esperienza. E dopo, dopo non smettere di leggerli. |
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| 12-Luglio-2010 | | | 
Come quasi ogni mattina suona la sveglia. La prima notizia che siamo in grado di capire ci sembra una trovata da dj, una roba di quelle che inventava Renzo Arbore ai tempi di “Quelli della notte”. Tempo di alzarci e l’abbiamo già scordata.
Ma aprendo la posta la troviamo qui, inviata da una Laura Giunti più imbufalita di un proprietario di bond argentini. Quindi è vera. La notizia. Anche se non sembra vera. Quindi può essere vera. Anche se non è verosimile.
C’è che vendono un’isola di 17 ettari a 1,44 euro al metro quadro. Un posto così bello e unico e meraviglioso che altrove, ovunque anche in Stupidistan, proteggerebbero meglio dell’albero delle Esperidi. Non un’isola delle pur valide Sandwich Australi (date un’occhiata anche superficiale a Google Maps e vi renderete conto della portata dell’esempio).
La cosa che ci fa perdere il lume della ragione non è tanto e non solo che vogliano vendere una cosa invendibile come un Piero della Francesca. La cosa orribile è che, come troppo spesso accade negli ultimi anni (decenni?) questa sceneggiata non solo è stupida, ma è pure finta come una gondola di plastica. Come la sceneggiata di Totò che cerca di vendere a Peppino la Fontana di Trevi. (Imperdibile! La trovate di certo su You Tube). Perché (grazie al cielo) interverranno le Belle Arti, la Protezione della Foca Monaca, i Vigili del Fuoco, i Carabinieri a Cavallo, la Tutela dell’Ambiente, le Belle Arti, l’Associazione Balletto Classico Nuragico… e le altre dodicimiladuecentodiciassette organizzazioni che dovrebbero tutelare gli italiani e soprattutto il patrimonio naturale italiano ad impedirlo. E di fatto “qualcuno” e “qualcosa” miracolosamente impediranno l’assurda vendita. Ma allora che senso ha indirla?
Una farsa figlia del paese che non a caso ha inventato la “Commedia dell’Arte” dove tutto è finto, di cartapesta, tutto è un raggiro che poi alla fine, bene o male, s’aggiusta. Come nelle commedie di Goldoni. Come nella tradizione dei Pulcinella, Arlecchino, Brighella, Balanzone, Colombina… Dove tutto acquista per qualche istante le sembianze dell’autentico e del grave, e invece è solo finzione e gioco teatrale.
Si potrebbe sempre concludere che, in fondo, meglio vivere come Arlecchino piuttosto che alla corte dei Burgundi. Meglio rischiare, nel peggiore dei casi, una pedata nel fondoschiena piuttosto che la fine di Sigfrido nell’Oro del Reno. Insomma, meglio la farsa al dramma. Meglio la commedia alla tragedia. Meglio gli italianuzzi dei tedeschi di Germania.
Peccato però, che lo sport preferito da noi italiani sia la trasformazione deformante. Siamo talmente dotati in quest’arte che riusciamo a cambiare in buffonerie da artisti di strada (mangiafuoco, saltimbanchi, suonatori di organetto, giocolieri…) persino metodi, tecniche, strumenti di analisi, comparazione e confronto, che altrove sono invece impiegati per quello che sono in realtà: strumenti per comprendere e (tentare) di migliorare.
Poiché non abbiamo mai creduto alla facile teoria dei codici culturali inscritti nei DNA dei popoli e delle etnie che attribuiscono a questo o quel paese vizi e virtù variamente assortiti (i belgi tonti secondo i francesi; gli scozzesi i più avari del mondo; gli abruzzesi forti e gentili, i piemontesi falsi e cortesi, eccetera eccetera…) non ci resta che constatare quanto sia aumentato negli ultimi decenni il numero di coloro i quali deliberatamente amano farsi pendere per i fondelli. (Riferito al business, ovviamente).
E poiché - come aveva scoperto quel signore là verso la fine del Seicento che “la moneta cattiva scaccia sempre quella buona”, avvertendo così il suo sovrano che non era proprio il caso di mettere in circolazione più moneta di quante fossero le riserve auree disponibili – il Belpaese è ultimamente condizionato da una pletora di gonzi. Che come il personaggio del più grande racconto italiano dell’Ottocento, nella speranza di divenir ricco seminava le monete d’oro nell’Orto dei Miracoli. Ma Pinocchio, se non erriamo, si fece abbindolare dal Gatto e dalla Volpe per amore del padre.
Tonto, certo. Ma almeno affettivo e sentimentale. Altro valore che ultimamente pare abbiamo sconsolatamente perduto. |
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| 6-Luglio-2010 | DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO D’AMORE. |
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La storia andò più o meno così. Nel 1900 David Hilbert, uno dei più grandi matematici del tempo, espose al Congresso Internazionale di Bologna quali fossero i principali problemi irrisolti della matematica. In un intervento diventato famoso, affermò che la cosa più urgente da risolvere era “dimostrare la consistenza dell’Aritmetica”. In parole povere, cioè quelle che più o meno siamo in grado di comprendere noi matematicamente normodotati, il sogno di Hilbert era di dimostrare la consistenza degli assiomi aritmetici… affinché (per farla breve) la verità o falsità di una proposizione potesse, finalmente, essere stabilita senza ombra di dubbio. Il tutto seguendo un procedimento definito, esattamente come per fare un soufflé, la cui buona riuscita, come gli amanti del buon cibo sanno, non è mai frutto del caso. Il sogno (il progetto, l’ambizione, l’onnipotenza?) di Hilbert era veramente di grandezza smisurata: dare inattaccabilità logica al determinismo.
(Interessante? Ce lo auguriamo vivamente, Se avrete un po’ di pazienza, prima o poi arriveranno come nei film western “i nostri”, ovvero le buone vecchie care ricerche di mercato, quelle cose che, di fatto, traggono anche loro il proprio fondamento logico sulla verità vs. falsità di una o più proposizioni).
In questo sforzo gigantesco (quello di Hilbert, non quello della preparazione del soufflè) il matematico tedesco fu supportato dall’impegno delle migliori, ma che diciamo migliori: delle più straordinarie menti matematiche di quegli anni. Mentre il lavoro proseguiva e sembrava stesse per essere coronato da grande successo, nel 1931 uno sconosciuto giovane matematico di Vienna, un certo Kurt Godel, mandò in frantumi in modo indiscutibile quanto inatteso il sogno di Hilbert. Per sua (e nostra) sfortuna non è possibile dimostrare la consistenza di nessun sistema logico che contenga l’aritmetica. La tesi divenne poi meglio nota, si fa per dire ovviamente, come inevitabilità dell’indecidibilità. Un bel casino, vero? Tuttavia, per nostra fortuna e per la salvezza del buon senso comune, i matematici sono generosamente giunti alla conclusione che anche lo spettro dell’assenza di consistenza vada affrontato come tutti gli altri fantasmi. Cioè con l’impiego di quel sano pragmatismo che ci fa fare appello alla ragione pratica, all’esperienza. Nella (ragionevole) certezza che gli effetti della geniale dimostrazione di Godel siano, come dire, trascurabili. Come le deformazioni spazio-temporali previste dalla teoria della relatività: reali, effettive, assolutamente certe. Ma nel caso in cui guidiamo in autostrada a velocità ampiamente al di sotto di quella della luce assolutamente infinitesimali da risultare insignificanti (e quindi immisurabili). Insomma, pare che il soufflè sia salvo, sempreché la temperatura del forno sia quella giusta e non si ecceda nei tempi.
Ammesso che siate arrivati sino a questo punto e non abbiate cancellato con un tratto di mouse questo “indecidibile” post, forse vi chiederete se siamo vittime del caldo o di qualche altro morbo che ultimamente perseguita i piccoli imprenditori italiani. E anche quelli medi.
Il fatto è che amiamo di un amore scarsamente ricambiato la matematica perché il mondo è – profondamente, totalmente, ineluttabilmente – matematico. Anche se non perfettamente prevedibile e deducibile, la matematica esiste a prescindere dai matematici, tra l’altro perché i principi matematici vengono “scoperti” e non “inventati” dai matematici. Esistono a priori. Girano nell’aria. Veleggiano tra le nuvole. Stanno nei sogni del dormiveglia. Mentre la musica, la pittura, l’architettura e la bellezza in genere hanno assoluto bisogno di noi per essere apprezzati e compresi, la matematica continuerebbe tranquilla ad esistere anche se sparisse d’un tratto il genere umano. Se, ad esempio, nessuno nell’Universo fosse più in grado di intendere che se x è uguale a y e z è uguale ad x, le tre grandezze (le tre entità) sono identiche.
Il povero Partenone invece no. Per essere ancora e sempre lui, lo “scatolone” meraviglioso che ti fa stramazzare per l’emozione (e per la fatica della salita all’Acropoli) il Tempio dei Templi “deve” essere guardato da occhi in grado di comprendere ed apprezzare per ciò che è. (Se pensiamo ai barbari, alla lunga teoria di animali feroci che periodicamente calavano attratti come mosche dal miele sul mondo greco-romano, che altro successe se non la loro progressiva domesticazione attraverso l’abitudine alla bellezza?).
Amiamo la matematica perché è la base – sia pur non perfettamente prevedibile e deducibile – del fare ricerca. Del tentare di prevedere cosa accadrà. Del provare a misurare in anticipo la conseguenza (le conseguenze). Dello studiare, provando e riprovando, cosa accadrà (accadrebbe, accadde) in quel certo sistema complicato ed astruso perché eminentemente umano, se si intervenisse su x e un pochino su y e giusto un pizzico su z.
Amiamo la matematica perché, nonostante o proprio perché è una brutta bestia, ci mette nelle condizioni di dire a un cliente “sorry but, ma questo proprio non s’ha da fa’”. E di essere serenamente, onestamente certi di affermare un qualcosa di (ragionevolmente) vero.
Che in questi tempi di totale incertezza non è poi così male. |
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| 2-Luglio-2010 | | | 
Si era inchiodato Fastweb nella, chiamiamola così, sede sussidiaria di Evolvere. Stazione forse un po’ marginale ma, grazie alla tecnologia up-to-date, efficiente come gli aiutanti di Babbo Natale in periodo di consegna. Se Fastweb si inchioda come un cancello vecchio, il panico corre sul filo sarebbe il caso di dire. Anzi non corre affatto, chè internet e telefonia fissa sono la stessa cosa. Tutto muto. Non resta che usare il cellulare (chiamata a pagamento…) comporre il numero magico, quel 192 e seguenti che tanto, ma tanto, ha fatto disperare gli utenti al punto di diventare mito, leggenda, narrazione: “Come? Hai aspettato solo 12 minuti? Ti è andata bene! L’ultima volta sono stato appeso al portatile un’ora buona!” ed altre amenità che hanno reso – come dire? – l’utente medio non particolarmente rattristato per le ultime e tristemente note vicende giudiziarie della società.
Invece miracolo. Altro che nozze di Cana, resurrezione di Lazzaro, pani e pesci a go-go. Qui il miracolo vale doppio perché avviene in un’età che non crede più a niente, neanche alle favole. Chiami e ti risponde una sigla (un numero come a Sing-Sing) alla velocità di Casey Stoner quando non cade.
“Buongiorno sono XY in cosa posso aiutarla?”. Il consiglio - l’abbiamo scoperto dopo - è quasi sempre lo stesso: spegnere/riaccendere il coso, la scatola che collega tutto l’accrocchio. “E adesso, funziona?” chiede educata la vocina. Confessiamo che a stento siamo riusciti a trattenere l’entusiasmo, la gratitudine, la commozione persino. Abbiamo in consegna un lavoro lungo e complicato (l’house organ più bello del mondo) e la defaillance tecnologica ci aveva ridotti alla disperazione che immaginiamo possano provare i fedeli dell’Orchestra Spettacolo Raoul Casadei quando gli dicono che sono finiti i biglietti e ciccia niente liscio stasera.
Ringraziamo il giovane messaggero delle divinità informatiche e, ordinati e coperti come soldati di Federico II, rispondiamo alla mini “customer” digitando il tasto “1” per confermare la nostra assoluta, totale, incontenibile gratitudine e soddisfazione.
Ma.
Ma il giorno dopo la lucina che nell’accrocchio deve sempre (sempre, sempre, sempre) pulsicchiare verde come un ambientalista tedesco, è invece rossa. Come una fragola di serra. Come i semafori di Lugano. Come la nostra rabbia infantile di bambini che si sentono abbandonati e traditi. Richiamiamo il solito 192 eccetera. Stavolta è un po’ più complessa la procedura (perché? In fondo era passato un giorno esatto, non di più) ma nonostante tutto in pochi secondi (pochi secondi) riusciamo a parlare con Z16248, alias Daniela o Carlotta, Rosaria, quello che è.
“Lucina rossa?” esclama Daniela o Carlotta, Rosaria, “Ha provato a spegnere/riaccendere?” chiede. “Non succede niente, eh?”. Il tono è ovvio, risaputo. Diciamo che lo sapeva ma doveva “per contratto” chiedercelo. “Le mando un tecnico. Arriverà tra le 16 e le 17” esclama gentile, efficiente, indiscutibile come un ordine di servizio del KGB o una procedura gastronomica del “Cucchiaio d’argento”.
Disperazione? Sì, disperazione. Incontenibile. Fuori ci sono 31 gradi all’ombra. L’house organ più bello del mondo ancora (ma tanto!) di là da venire. Se si blocca la “tecnologia” facciamo seppukoo, neanche l’anguria a Bellaria Igea Marina possiamo più andare a vendere.
Ma alle 16,01 l’omino Fastweb come il destino negli accordi iniziali della 5° di Beethoven suona alla porta. Preciso. Efficiente. Competente. Deciso. Diciamolo con linguaggio cinematografico: sarebbe perfetto persino per i tempi e le nevrosi del dottor House.
“Sì, è la centralina” esclama (o forse dice un altro nome analogo, boh). “Adesso risolvo”.
“Quanto ci vorrà?, balbettiamo ansiosi.
“Dieci minuti” è la secca risposta del genio uscito dalla lampada.
“E’ la prima volta che le succede?” chiede mentre piegato sulle ginocchia armeggia sul nuovo “scatolo” come dicono a Salerno che farà funzionare computer, stampanti, fax e telefoni. E pure la nostra felicità. Ripetiamo: la nostra personale, assoluta felicità.
“Guardi”, rispondiamo noi un po’ esitanti temendo di urtare il suo orgoglio professional-tecnologico-aziendale, “Diciamo che è la… quinta… sesta volta… che si rompe…”
“Sì, ci sta” risponde secco lui.
“Come ci sta?” chiediamo noi lievemente alterati (eufemismo).
“’Ste robe le fanno in Cina. La durata media di una centralina è di un anno, un anno e mezzo se va bene…”
“Ma l’azienda… lo sa?” balbettiamo noi che non ci siamo ancora del tutto rassegnati all’idea che Cartesio (e quindi la logica) non viva più nelle nostre lotte.
“Certo che lo sa!” esclama il giovane genio uscito dalla lampada. “Lo sa benissimo e non gliene frega niente!”.
Il giovane salvatore della patria (della nostra piccola patria, beninteso) ha il fisico ideale del giocatore di basket, occhio e croce sarebbe una buona guardia. Ha 24 anni. Viene dall’Albania. Il suo italiano è perfetto e la sua precisione ha tratti che ricordano il mare del Nord piuttosto che il nostro povero insanguinato Mediterraneo.
Ovviamente ha accettato, firma di rilascio a parte, solo un bicchier d’acqua e una stretta di mano. E ci ha cambiato pure GRATIS il cavetto di connessione che a furia di metti-togli-metti aveva incrociato le braccia e detto addio.
Il giorno dopo, oggi mentre scriviamo, ineffabile l’Azienda ci chiama verso le 9 del mattino e ci chiede il votino telematico riguardo alla “soluzione dei nostri problemi”.
Conclusione e fine della storia.
Cosa dobbiamo fare per spiegare alle aziende che i problemi non sono mai (assolutamente mai) nostri di noi clienti medesimi, ma casomai sempre “loro”, di esse, delle aziende? Estranee, misteriose, disinteressate e – diciamolo – a volte pure scandalosamente ciniche lontane entità che, pare, vivano su altri pianeti?
Come potremo far capire loro che se continuiamo a lavorare male, semplicemente lavorare male, non una roba ineluttabile come un dramma Nibelungico, finiamo tutti a carte e scatafascio?
(Taca banda) |
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| 28-Giugno-2010 | ANCHE DIO IL SETTIMO GIORNO SI RIPOSÒ |
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La notizia è ghiotta: anche l’eccellenza degli eccellenti (il divino Steve Jobs per intenderci) può commettere degli errori, com' è possibile leggere e/ascoltare qui.
Ma a differenza dei mediocri, gli eccellenti non solo ci mettono la faccia ed ammettono l’errore, ma faranno di tutto e di più per eliminarlo, l’errore. Contribuendo così una volta di più all’estensione della loro eccellente eccellenza. E del nostro ammirato benessere: perchè sono gli eccellenti gli happy few che migliorano il mondo.
In fondo, a ben vedere le famose "best practicies" di cui (a proposito e a sproposito) si parla sono tutte qui.
C’era un tale (non importa chi) a cui chiesero quale fosse il segreto dell’innovazione e della creatività. “1% ispirazione e 99% traspirazione” rispose.
Nel dubbio (nella certezza) che gli eccellenti sappiano sempre utilizzare un deodorante all’altezza del loro impegno e del loro talento, ancora e ancora un grazie agli umili, ai coraggiosi, agli onesti che sanno creare e sanno ammettere di poter, ogni tanto, sbagliare.
PS Sul perché anche Dio il settimo giorno si riposò ne riparleremo la prossima volta. |
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| 25-Giugno-2010 | | | 
Per chi se la fosse persa, ieri mattina l’ottimo Enesto Assante ha pubblicato un’intervista al ragazzotto più famoso e (probabilmente) più ricco del mondo, tal Zuckerberg, noto alle cronache per essere l’inventore del social media più media e più social del mondo, l’ormai imprescindibile Facebook.
Se siamo invidiosi del brufolesco giovinotto? Certo che sì. Ha avuto un’idea epocale, gli è scoppiata in mano e all’età in cui i più bravi di noi avevano in tasca il quattrino per comprare sì e no il primo cinquino usato (Ndr: il cinquino nel linguaggio degli anni ’70 è quello che oggi più pomposamente si chiama 500, nel senso di Fiat) lui è così ricco da far vergogna a Paperone.
Perché citiamo l’intervista e, soprattutto, perché speriamo che traspaia con assoluta chiarezza la nostra istintiva, viscerale, probabilmente irrimediabile, antipatia per il divin giovinotto?
Perché a proposito di privacy continua a non voler capire che xè peso il tacòn del buso, come si dice in Veneto. (traduzione: è peggio la toppa dello strappo). Infatti continua ad affermare - cito ancora il bravo Assante - che “bisogna capire che le cose sono molto cambiate negli ultimi sei anni. E che il concetto di privacy che ho io non è lo stesso che ha mio padre ed è diverso anche da quello di un ragazzo di quattordici anni. Sei anni fa nessuno voleva che le proprie informazioni personali fossero sul web, oggi il numero delle persone che rende disponibile il proprio cellulare su Facebook è impressionante. Per i miei genitori la privacy era un valore, per i miei coetanei condividere è un valore…”.
E’ tutto vero, verissimo. Così come sono vere un sacco di altre cose sui cambiamenti in atto nella nostra sempre più strana (eufemismo) società. Dalla crescita esponenziale dei locali per scambisti, ai profitti derivanti da annunci erotici mascherati (sommariamente mascherati) dalla vendita on-line di esche vive per camaleonti ed iguane domestiche.
Dov’è il problema, direte voi. Perché ve la prendete tanto col ragazzino sveglio? Vergogna, è pura invidia questa!
Gli è che (toscanismo) il ragazzino è così furbo da pensare che tutti gli altri non lo siano: un classico, no? Quindi, di tanto in tanto, a qualcuno nel mondo del media-business viene il sospetto che (spesso e volentieri) possa ficcare le sue manucce dentro il vaso (un vasone da 450 milioni di utenti) della marmellata. “No, no”, strilla Zuckerberg, “Se per caso abbiamo commesso qualche errore (piccolo, neh) sulla privacy, non lo faremo più. Mai più”. Giurin giuretta.
Purtroppo noi che abbiamo non solo molti anni di più ma soprattutto (infinitamente) meno soldi, continuiamo a nutrire il fondato sospetto che la tentazione metta in forte rischio la pur naturale santità (sospiro al cielo) che contraddistingue alla nascita tutti gli esseri umani. Quasi tutti.
E se domani (e sottolineo il se) allo Zuckerberg ci scappasse la voglia di venderle tutte quelle belle informazioni personali che la gggente (con tre g) liberamente (e un po’ sventatamente) oggi digita felice sul web? Quante belle notiziole avrebbero a disposizione gli istituti di ricerca diciamo “sbrigativi”, le agenzie di pubblicità diciamo un po’ aggressive, i tele-venditori delle ore 20,00 e – perché no- pure i supposti “controllori del mondo”?
Senza scordare che magari quelle stesse persone che oggi digitano felici a paletta gli affaracci loro come si dice a Roma, potrebbero in futuro aver cambiato idea sul possesso/condivisione dei loro dati. (Dati personali, mica bruscolini). Il futuro è bello. Per definizione. Addirittura bellissimo. Ma certi valori del passato (non tutti, non sempre, non per sempre) andrebbero salvaguardati. Qualcuno con le unghie e con i denti, se il mitra per caso non bastasse. |
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| 23-Giugno-2010 | | |
3. Pierluigi Bernasconi Amministratore Delegato di Mediamarket

Proseguono (terza puntata) le nostre “Interviste sul futuro” dedicate agli uomini (alle donne) che si trovano nella - a volte assai poco comoda - condizione di dover prendere decisioni. Per sé, per i propri dipendenti, per gli azionisti che li hanno messi lì. In un posto raramente comodo, quasi sempre irto delle difficoltà che il dover compiere delle scelte comporta. “E’ doloroso mutar pelle” dice il serpente Kaa a Mowgli in uno dei memorabili dialoghi che punteggiano il capolavoro della letteratura imperiale per eccellenza, quel meraviglioso, insostituibile “Libro della giungla” che ha tra gli altri il merito di aver instillato il morbo della letteratura in milioni e milioni e milioni di fanciulli e fanciulle. (Chi non l’avesse ancora letto si sbrighi, perché come diceva il Maestro Manzi: “Non è mai troppo tardi”). In attesa che il futuro faccia il suo corso e sperando soprattutto che non sia né troppo severo né troppo malvagio, crediamo valga davvero la pena leggere le opinioni di un signore che il futuro ha contribuito a cambiarlo. E molto, se non addirittura parecchio, come recitava una vecchia canzone di quel medico prestato alla poesia cantata che va sotto il nome di Jannacci Enzo.
Per saperne di più su Pierluigi Bernasconi cliccate qui. Per avere informazioni su Mediamarket la scheda la trovate qui.
“Pronto? Buongiorno signor Bernasconi. Come sta?”
“Bene, bene, grazie, un po’ frullato… soprattutto in questi giorni che faccio un po’ avanti e indietro…”.
“Ma intanto lei continua ad allenarsi, a correre?”
“Lasci perdere… ultimamente ho corso molto per via degli aerei!” (ride)
“Provo ad andare di corsa anch’io con le domande allora… Vado?”
Vada.
La crisi ha cambiato/cambierà in profondità le nostre abitudini di consumo? In altre parole, può essere definita una crisi culturale?”
“Un po’ di abitudini le cambia, sì. Oggi c’è più attenzione, più consapevolezza. C’è una ricerca di maggiori informazioni riguardo alle caratteristiche dei prodotti. La gente, indipendentemente dalla quantità di denaro disponibile, cerca di spendere meglio e bene i propri soldi”.
Sì, credo lei abbia ragione. Tutte le ricerche concordano su questo aspetto.
“Diciamo che nella fascia alta i consumi non sono granché diminuiti; nella fascia alta/altissima - questa è un’esperienza che spesso abbiamo vissuto anche con altre crisi - i consumi continuano a tenere. Invece si è ridotto il lusso di tipo ostentativo: per intenderci, quello a volte slegato da valori intrinseci di prodotto… Quel consumo determinato, come dire, dalle mode, dalle tendenze… Per fortuna posso dire che si va verso un tipo di acquisto più consapevole, più legato ai valori squisitamente intrinseci del prodotto e non solo all’apparenza. Ecco, posso dirle che magari si agisce in modo veloce, senza troppe riflessioni, e si è disposti a pagare molto ciò che si compra. Deve però trattarsi di un prodotto che abbia caratteristiche vere, vuoi di produzione o di prestazione, di tenuta di valore nel tempo. Caratteristiche autentiche, riconosciute. Questo è un cambiamento molto importante su quei segmenti che una volta erano spesso preda di consumi un po’ più modaioli. La ricerca di qualità è dunque il sentimento più diffuso: le persone vogliono prodotti di qualità; questa è anche la spiegazione della scomparsa tendenziale di quelli che una volta erano chiamati b-brand, quei prodotti un po’ anonimi…. Oggi anche le fasce di entry level sono occupate da brand con una certa notorietà, perché la gente pretende certezze e rassicurazione. I consumatori sono disposti a spendere - quelli che ne hanno la possibilità naturalmente – ma a farlo in maniera consapevole, garantita, sicura, cercando certezze rispetto alla qualità dei prodotti. Credo che la stessa cosa stia accadendo anche nel campo dei prodotti alimentari... Non sono un esperto del ramo alimentare, chiaramente, però parlando con i colleghi dell’area della distribuzione alimentare queste cose emergono con chiarezza…”
“Sulla frutta, sulla verdura, sui GAS (Gruppi di Acquisto Solidale ndr) sulla voglia di affittare insieme un orto, adottare una pecora…”
“… ma anche sul grocery, su prodotti di reputazione… non necessariamente di marca, però di prodotti che, vuoi per il passaparola, vuoi per la prova diretta, si sono fatti una credibilità.”
“Ma quali saranno i modelli di consumo vincenti nel prossimo futuro… Forse mi ha già risposto…?”
“Veda, io credo che non ci sarà più, a differenza del passato, un modello dominante, perché in realtà oggi le opportunità di consumo sono sempre più varie; ci sono moltissime possibilità che una volta erano esclusive per pochi consumatori: molto “ovattati” o molto ricchi (risata). Faccio un esempio. Per il week end esclusivo, adesso va bene anche il punto vendita nella distribuzione: basta comprare un box e una società che ha convenzioni con le varie catene di alberghi ti manda a fare un week end in un albergo cinque stelle a duecento o centonovantanove euro…. Si aprono scenari di consumo alternativi piuttosto interessanti. Quindi direi che non c’è più un modello unico né per il mezzo che si usa per rifornirsi di servizi o di prodotti, né per la tipologia di questi ultimi. Non solo: a seconda delle occasioni, a seconda degli interessi delle persone, nei diversi settori lo stesso esercente, lo stesso consumatore, lo stesso cittadino, assumono comportamenti molto diversi. Un consumatore di prodotti di lusso, ad esempio un appassionato di video, si compra il televisore ultimo grido e spende anche molti soldi; ebbene questo consumatore può essere quella stessa persona che invece non spende un euro per l’abbigliamento: perché l’abbigliamento non gli interessa per nulla! Insomma, credo sia finita l’epoca dei modelli oppure dei grandi must e questo MediaMarket lo insegna già da quindici anni o venti. Ma a parte questo, che è una questione di comportamento, e quindi di scelta di prodotto o di servizio, anche il modo in cui si acquistano i prodotti o i servizi sarà sempre più variegato…. pensi al fenomeno e-bay… quante persone dieci anni fa avrebbero comprato un prodotto, tra virgolette, usato? Oggi lo fanno in tantissimi, e lo fanno anche come forma di consumo intelligente… Un tempo, una persona non dico che si sarebbe, tra virgolette, vergognata, ma certamente non avrebbe messo i cartelli fuori per dire “Ehi, ho comprato una bicicletta usata!.”
“Sacrosanto. Il consumatore tipo, quello coerente negli acquisti dalla testa ai piedi non c’è più. Le ricerche testimoniano con chiarezza che la signora che compra una Vitton nuova è la stessa che compra un abito (griffato) usato. E’ la stessa che va a fare la spesa al mercatino rionale e, al tempo stesso, compra le squisitezze milionarie da Peck…
“Esatto! Ma perché? Perché ora subentra l’orgoglio per la dimostrazione d’intelligenza, d’intuito, che ha sostituito quella di vent’anni fa. Oggi credo che sia, per fortuna, superato tutto questo; si va verso una visuale un po’ più democratica, ecco quindi il ricco che compra il prodotto usato. Così come l’operaio che per soddisfare la sua passione si compra anche un grandissimo televisore e poi magari farà sacrifici su altre cose… Tutto ciò rende tutto più vario e quindi più divertente, ma per noi operatori economici anche tutto più difficile.”
Diciamo più complesso: il concetto di target e di segmento di mercato s’è squagliato come gelato al sole, è sparito. Lo diciamo anche noi da dieci anni. E di conseguenza, come è cambiata la strategia della sua azienda nel breve e nel medio periodo?”
“Valore, valore, valore, valore. Che è un fatto, ovviamente, intimamente legato ai prezzi dei prodotti, ma sempre più legato al contenuto dei prodotti stessi. Il nostro mestiere è selezionare e garantire la migliore tecnologia e le cose più convenienti. Dove però la convenienza non sia mai a discapito delle qualità. Ci deve sempre essere un contenuto d’innovazione consistente… (consistente, come avrà notato è un aggettivo di moda. Come una volta c’erano i “prerequisiti”, adesso c’è “consistente” no? E’ diventato un aggettivo obbligatorio, quindi lo dico anche io! Ride).
“Sì, è vero! Persino il tipo che commenta la Formula Uno in tv dice: “Ecco che va ad effettuare una frenata consistente!”. Pensi se non fosse poi così “consistente”!
“Tecnologia consistente e prodotti di qualità affrontando i limiti e le difficoltà che abbiamo, essendo un’azienda di 8500 persone. Ci sforziamo di dare il meglio del servizio che possiamo per mantenere il miglior rapporto prezzo - qualità. Naturalmente poi nella nostra strategia c’è una politica di trasparenza promozionale. Quindi, quando ci sono nuove promozioni abbiamo prodotti che si collocano ai livelli di prezzo tra i più bassi di mercato. Tenendo conto però che noi trattiamo solo prodotti di marca e solo quelli importati dagli importatori ufficiali. Perché un’altra delle problematiche tipiche del commercio via internet è la sicurezza degli acquisti, ma anche – evidentemente – la provenienza delle merci. Perché vendere da un paese dove i regimi fiscali e le garanzie son totalmente diversi e poi spedire i prodotti in Italia è relativamente semplice… Ovviamente, si possono trovare anche prezzi più bassi, ma si rischia di andare incontro anche a qualche sorpresa, non precisamente piacevole a volte… Trasparenza, efficacia, efficienza e la capacità di offrire al pubblico, spesso in anticipo sulla concorrenza, l’innovazione consistente. Questo è il nostro mestiere e il nostro modo di competere”.
Dunque il ruolo del punto vendita, virtuale o fisico, non cambia da questo punto di vista? Cioè è il luogo della garanzia…”
“No, no. E’ un’integrazione. Io dico sempre che un utente medio deve essere un cliente che trova il meglio nei punti vendita, ma lo trova anche su internet, su internet mobile: e infatti stiamo sviluppando una versione mobile del nostro sito. Per dirle un’altra piccola cosa sul livello di attenzione che abbiamo, se lei va sull’Apple store e digita Media World troverà che c’è un’applicazione dalla quale si può scaricare un’Apple application. L’applicazione dà la possibilità di ricevere i volantini e sfogliarli, ma le dice anche qual è il Media World più vicino in base alla posizione localizzata dal telefono. Pensi che è stata scaricata da 50.000 persone! Utenti che hanno scelto liberamente per vedere un volantino. Questo la dice anche lunga sulla nostra reputazione. Perché non c’è niente di push, è tutto pull. E’ la gente che ha scelto e deciso liberamente”.
“Sì, la reputazione oggi è davvero tutto.
“Quanto alla quarta domanda, quella del punto vendita, indirettamente forse ho già risposto… Stiamo cercando di mantenere primario il ruolo del punto vendita. Però vogliamo anche integrarlo con tutti i touch point sensibili del cliente, dalla fidelizzazione, internet, mobile e – chissà - anche il web 2.0, dove stiamo da un po’ facendo sperimentazione. Con cautela, devo dire. Perché a me personalmente, lo dico da responsabile del marketing strategico, non va di fare il “postino”! D’altra parte noi, come dicevo, siamo esposti in maniera molto diretta perché ci rendiamo responsabili delle scelte di 350 produttori diversi. In questo senso anche un forum di appassionati di elettronica può diventare un’arena pericolosa dal punto di vista della reputation, perché nel momento in cui le discussioni avvengono all’interno del tuo forum gli argomenti finiscono con riguardare inevitabilmente le problematiche di tutti i prodotti di questi 350 fornitori e allora la situazione va gestita con una certa cautela.”
Molto spesso i blog più visitasti o i forum più trafficati diventano ricettacolo di maniaci (sempre gli stessi) che se ne fregano del tema di discussione e si scannano allegramente fra loro. Perché la gente ha una voglia pazza di azzuffarsi, insultarsi…”
“Non sono un bloggaro per fortuna, però cosa vuole, un po’ per dovere un po’ anche per curiosità, leggo e navigo. Però, quando guardi un qualsiasi filmato su You Tube e leggi i commenti…. spesso sono di una volgarità, di una gratuità…. Cose scritte per sfogarsi… E allora capisci che noi come azienda siamo troppo esposti… Del resto io non sono mica un puritano: sono uno che accetta sempre il confronto e la dialettica. Però nel rispetto e nella decenza... E’ così facile inventarsi uno pseudonimo e spararmi contro su Internet!” “Poi si sa, su internet ovviamente si è discusso molto, è uno straordinario strumento, non devo dirlo a lei che ci scrive, ma come tutte le cose, come tutti gli strumenti, ha qualche controindicazione. L’idea della democraticità di internet è un’idea un po’ idealistica, a parte il gioco di parole. Nel senso che in realtà ci sono problematiche che a volte ti fanno riflettere su questo sentimento di libertà che poi a volte in realtà è condizionato. Per dirle, adesso ho qui sulla scrivania, me l’ha regalato un mio simpatico amico, c’è una delle opere del presidente Mao –Tse-tung, che secondo me era un marketing manager della miseria, bravissimo!“
“Il libretto rosso? Quello originale con la copertina di plastica?”
“Se tu leggi queste cose e le traduci in marketing, come dire, sono fantastiche! Eppure lui è uno che ha fatto fuori alcune centinaia di milioni di persone… Roba da brividi. Però queste cose che scriveva, se tu le leggi in un certo modo, possono essere vissute come positive in sé per sé… Oggi fa lo stesso effetto internet che, naturalmente, ti strattona da tutte le parti. Soprattutto quando si ha un nome, una reputazione, un nome importante. E si ha anche la responsabilità di 8500 dipendenti”.
Internet è come il mondo. C’è di tutto: il bello, il brutto, l’orribile, il presente e il futuro. Ma è il nostro mondo, quello in cui viviamo. E dobbiamo farci i conti.
“Sì, credo proprio di sì. Dobbiamo continuare ad andare avanti”. |
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