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La rosa e il giardiniere
Fatti, opinioni e commenti in tema di punti vendita e consumo consapevole a cura di Evolvere.it
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| 13-Aprile-2012 | | | 
La notizia di questo post è che è l’ultimo della serie iniziata il14 luglio 2009. La prima delle nostre effemeridi digitali comparve nella ricorrenza dell’evento più significativo della storia Occidentale, quello che vide i sudditi francesi prendere coscienza dei loro diritti e scoprire di non poterne più farne a meno. Tema che con incurante sprezzo del pericolo abbiamo declinato nel corso del tempo proponendo di volta in volta gli spiccioli di quei malvezzi nazionali che allontanandoci dallo status di consumatori ci ricacciano in quello miserando di cliente, inteso nel senso letterale del termine: individuo che vive un rapporto di dipendenza nei confronti di un cittadino potente. Il cittadino-consumatore è persona consapevole dei propri doveri e diritti che opera come soggetto sociale ed economico all’interno di un recinto di valori e di regole rispettate e condivise; il suddito-cliente è viceversa un individuo esposto ai venti del caso e dell’occasione, vittima delle soperchierie e dei soprusi, a sua volta costretto a difendersi con le leve della furbizia e non del diritto.
Ebbene, dopo centosessantotto post confessiamo di aver esaurito le energie e forse anche la speranza: quando la denuncia non si trasforma in progetto corre il rischio di diventare geremiade, il più stucchevole genere letterario che esista.
Così, con la speranza di averli fatti sorridere almeno quanto indignare, la rosa e il giardiniere - il blog che vanta il minor numero di imitazioni - si separa dagli amici che hanno avuto la curiosità e la cortesia di seguirlo.
Magari, chissà, sull’onda dell’immutabile legge dell’impermanenza, finirà col rinascere con un altro titolo e con spirito più combattivo.
“Buona notte, buona notte! Separarsi è un sì dolce dolore, che dirò buona notte finché non sarà mattina”. W.S. |
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| 5-Aprile-2012 | | |  | |  |
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| 28-Marzo-2012 | | | .jpg&w=450&h=450)
La regola è cercare le connessioni. I legami, anche labili, che tengono insieme cose solo apparentemente diverse. Magari lontane, ma connesse. Mai come oggi la storia della farfalla che sbatte i piedi a Hong-Kong e scatena un putiferio a Dalmine è verosimile se non addirittura vera. Anche se non avendo i piedi immaginiamo si limiti a sbattere le ali. Insomma la globalizzazione - ve ne sarete accorti - è un grande casino. Nel senso che se non è cambiato tutto poco ci manca. Peccato che non si possa scendere dalla giostrina e neppure cercare riparo in un posto tranquillo: non ci sono più posti tranquilli. Se il buon Hemingway andasse oggi a pesca, molto probabilmente (quasi certamente) la canna gli ami e tutto il resto sarebbero cinesi. Forse solo il vecchio del racconto sarebbe cubano, ammesso che i cubani letterari esistano ancora.
Insomma, l’unica cosa che ci resta da fare è cercare le connessioni. Perché se la globalizzazione è un rullo che schiaccia, è pur vero che ingegno, creatività e dedizione hanno sempre salvato (e salvaguardato) società, collettività e individui che hanno saputo farvi ricorso.
Il racconto di oggi propone quindi un esempio di connettività. E’ la storia di tre amiche che mettono insieme esperienza e competenze professionali di alto livello come si diceva una volta, per fare la cosa più sensata del mondo: proporre cose pensate e progettate da loro e realizzate “hand made” da artigiani che lavorano sotto casa. Roba genuina e saporita del genere merceologico alto di gusto, basso di prezzo, condita e servita in uno show-room dove non si è “stimolati all’acquisto” da vendeuse sgradevoli e nevrotizzate. Un salotto, più che uno show-room, dove si può bere il tè (e pure qualcos’altro di più robusto…) ciacolare e provare, guardare, guardarsi e, se proprio bisogna, persino comprare.
Quali prodotti? Nello specifico abiti pret à porter, accessori e bijoux che sembrano gioielli. Ma la domanda è insignificante. E’ la connessione qualità-fatto-a mano-costo democratico-clima rilassato ciò che conta. Deposito 54 (questo è il nome dello show-room) è un esempio di applicazione creativa del concept Ikea, quello stesso che ci ha fatti neri occupando un territorio culturale che, tradizionalmente, appartiene alle nostre corde: proporre qualcosa di bello, ben fatto, a prezzo democratico e per di più multi-target. Questione di metodo, ma soprattutto di connessioni. Neuronali s’intende.
(Deposito 54 - bijoux, accessori, abbigliamento, cultura, arte e degustazioni, via Sottocorno, 54 Milano. Da venerdì 30 marzo) |
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| 21-Marzo-2012 | | | 
Pare che l’Italia sia piazzata al 43° posto nella classifica mondiale della competitività. O forse al 48°, ma nessuno si strappa le vesti. Gli Usa sono al 4° e si preoccupano al punto da aver creato una commissione apposita che il Presidente Obama riunisce una volta a settimana. Nel frattempo noi dopo vent’anni siamo ancora qui a menarcela con i no Tav e altre amenità.
Come potremo diventare (ri-diventare, perché un tempo non eravamo affatto messi male) competitivi? Come smuovere il nostro corpaccione pigro e sonnolento?
Pare che l’oro del prossimo futuro, il fattore fondamentale per lo sviluppo, sia la conoscenza, il sapere e il saper fare. Scienza e tecnologia dunque, ma anche creatività. Quella virtù specialissima che riesce a trasformare una banale commodity in un oggetto del desidero che il mondo intero è disposto a strapagare magari dopo una lunga, sofferta attesa.
Purtroppo la creatività fa parte della famiglia dell’ingegno, un lignaggio nobile che richiede cure particolari. Essere riconosciuta, innanzitutto. Protetta e tutelata e magari pure coccolata. Considerazione questa che temiamo peggiori ulteriormente la nostra pozione in classifica, visto il malvezzo che ci porta a non valorizzare risorse quali i giovani e le donne, categorie da sempre guardate con sospetto dalle italiche genti. Eppure la creatività – scientifica, tecnologica, applicativa – predilege territori di confine, aborre le rigidità ideologiche, le classificazioni, la normatività di ogni ordine e grado.
I grandi matematici? Giovani e un po’ matti. A volte tanto. Come gli artisti, i pittori (quelli veri, quelli che si sporcano le mani) e gli imprenditori di prima generazione, quelli che s’innamorano di una idea e non mollano finchè non l’hanno portata a casa.
A proposito di follia, forse non tutti sanno che anche in questo ambito vantiamo un primato: la famosa legge 180 approvata nel lontano 1978 grazie all’impegno Franco Basaglia è riconosciuta nel mondo per il suo valore di civiltà e per l’energia propulsiva capace di mettere in moto volontà e intelligenze. Tuttavia, il nostro problema è il passaggio da dire al fare. Tra le tante schifezze promulgate, ci siamo saputi dotare anche di molte leggi innovative, autentiche chicche di creatività legislativa verrebbe da dire, che poi regolarmente non applichiamo. O applichiamo male che è ancora peggio, sicchè un enorme serbatoio di potenzialità intellettuali e di entusiasmo evapora più in fretta della neve di Bormio esportata tra le sabbie del Kuwait.
Un lungo giro per arrivare a chiudere il cerchio con una piccola storia di pazzia creativa, quella delle donne dell’Orlando Furioso (www.orlandofurioso.it) signore affette da malattie psichiche. Capitanate da una psicologa non sappiamo se più creativa o coraggiosa, hanno dato vita ad un salotto al femminile dove si inventa, si taglia e si cuciono capi unici fatti a mano. Un modo creativo che dimostra, di nuovo ancora una volta, come solo la bellezza ci potrà salvare. |
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| 5-Marzo-2012 | | | 
Come ben sanno i lettori di questa rubrichetta, le quattro “p” sono universalmente note come una delle migliori sintesi di Philip Kotler, mentore riconosciuto della nobile arte che va sotto il nome di marketing. Quale delle quattro sia o possa essere ritenuta più importante, è questione (inutilmente) dibattuta. Il prodotto? Parrebbe vincerla su tutte, basti pensare al mercato del lusso (+18% anno su anno) seraficamente indifferente al prezzo, per non parlare della promozione. Resta la “p” di placement, che tradizionalmente veniva intesa in senso restrittivo, mentre al di là del punto vendita in sé (concept, lay-out, qualità del personale) anche il contesto ambientale e culturale condiziona l’esito commerciale. Di conseguenza il geo-marketing amplia il concetto originario di placement proponendo una lettura più allargata e crediamo anche più sensata. Che accadrebbe infatti se, poniamo il caso, nelle immediate vicinanze dei negozi Ikea si verificassero furti o sitematiche aggressioni ai danni dei clienti? Molto probabilmente fatturato e reputazione (reputazione e fatturato) ne risentirebbero; nessuna persona sensata è lieta di fare shopping in una zona degradata o a rischio.
Un classico problema di territorio e di controllo del medesimo quindi, come ben sanno tutte le organizzazioni di successo, legali e non. La riprova, se necessario, l’abbiamo avuta la settimana scorsa quando Stefania è stata avvicinata dalla signora Franca. Per comprendere la portata del dialogo che ne è seguito, è necessario sapere che la signora Franca è, tra le molte altre cose, anche la testimonianza vivente del successo della libera impresa nel libero mercato. Oltrepassata vistosamente la soglia dei ruggenti settanta, la signora Franca continua ad offrire il suo genere particolare di servizio alla persona all’angolo di via Vallazze, giusto a un tiro di flobert dal premiato opificio che ci ospita.
Una presenza costante divenuta familiare, al punto che in caso di (rara) assenza, è inevitabile interrogarsi sul suo stato di salute: non c’è la signora Franca oggi. Avrà mica preso l’influenza?
Una presenza attiva da tutti i punti di vista la sua, un “punto vendita” magari non del tutto in regola rispetto all’attuale legislazione commerciale, ma gestito con grande attenzione anche per quel che riguarda la qualità complessiva del contesto territoriale. Un “placement” difeso in modo così coerente e determinato al punto da sventare, giusto la settimana scorsa, un’aggressione ai danni della bicicletta di Stefania. “Guardi signora che oggi hanno cercato di rubargliela” - ha esclamato la signora Franca con un lieve accento di rimprovero nella voce rivolgendosi a Stefania la quale, perfettamente ingnara del rischio corso, giunta al termine del suo lavoro si accingeva ad aprire il lucchetto della catena. “Un ragazzo ha tirato fuori la cesoia dallo zainetto. Stava per tagliarle la catena, ma io non l’ho permesso!” - ha proseguito con giustificato orgoglio. “Guarda caro, gli ho detto, che queste cose nella mia zona non si fanno, capito? E’ una zona tranquilla la mia! E lui zitto e mosca ha rimesso via l’attrezzo ed è sparito” - ha concluso con ara trionfante la signora Franca. Un esercizio di controllo del placement che, ne siamo certi, avrebbe apprezzato anche il professor Kotler.
Purtroppo dobbiamo segnalare un altro evento bi-ciclistico, non così fortunato come quello occorso a Stefania. L’altro giorno ci è giunta notizia che a Paolo, il figlio adolescente di un amico, hanno rubato la emme-bi-kappa nuova fiammante. Pur blindata peggio dell’abate Faria in un cortile in pieno centro a Milano, l’hanno uscita senza farle esalare il benchè minimo lamento. Molto probabilmente la conseguenza di un controllo sociale del territorio che non c’è, o non c’è più. Non tutti purtroppo hanno la fortuna di poter contare sui servizi della signora Franca.
La questione crediamo sia dunque la seguente: scarseggiano le parepatetiche di razza e di temperamento, oppure è il buon vecchio marketing che arranca ansimando come un attempato runner sul tapis roulant? |
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| 28-Febbraio-2012 | | | 
A pochi chilometri da Piacenza inizia a piovere. Piccole gocce, proprio quelle per cui è stato inventato l’intermittente. Dov’è il comando? Ah eccolo, basta pigiare qui. Il pacato ronfare del motore diesel è improvvisamente turbato da verso in sovracuto delle spazzole sul vetro: squeek-squek, squeek-squek, squeek-squek. Eddai, sono due gocce! Essù, che sarà mai! Non ci si vede granchè, ma vorrai mica comprare due spazzole nuove? quelli del rent-a-car col fischio che te le rimborsano!
Bologna. Squeek-squek. Firenze. Squeek-squek. Orvieto. Squeek-squek. Orte. Squeek-squek. Roma-Gra. Squeek-squek-squeek-squek.
Il giorno dopo c’è da lavorare sodo e si scordano le spazzole. C’è un video complicato da girare, molte scene da programmare, molti set da organizzare. Così la sera si termina di lavorare giusto in tempo per cenare (male) nell’albergo in posizione strategica per il lavoro del giorno dopo. Ci si sveglia e Roma dà il meglio di sè: sole e la brezza primaverile e il tergicristallo non è più neppure un ricordo. Verso sera si punta a Sud. Navigazione tranquilla ma verso Capua ci lascia per sempre l’anabbagliante lato guida.
Due fari? ne basta uno: datemi un faro e illuminerò il mondo. Il mio regno per un faro… E via di sciocchezzaio sino alla salita che scollina verso Avellino, quando la temperatura scende di colpo e incomincia a piovere. Tanto. Squeek-squek-squeek-squek, squeek-squek-squeek-squek, squeek-squek-squeek-squek. Ehi, guarda un po’ lì cosa c’è nel cruscotto?. E’ una spia, un’icona gentile e discreta ma di ardua decifrazione. Forse è la spia del cambio. Bisogna cambiare? Ma se siamo già in sesta… Vorrà dirci che non funziona più, che è stanco di cambiare?
Lo spirito romantico che sonnecchia in noi fa capolino: eddài, che vuoi che sia, si sarà fulminato un fusibile! lo dice la parola stessa, sono fusibili o no?
Arrivando ad Avellino dall’autostrada Milano-Napoli si affronta una discesa ardita, bei curvoni segnalati da cartelli ottanta all’ora max. Nel buio si intuisce il profilo cupo delle montagne e i segni inconfondibili di una orografia aspra e selvaggia. Come abbiano fatto i Romani a conquistare i sanniti è un mistero, di certo non d’inverno con il freddo e la neve. Ma cos’è questa cosa? Ecco, si è accesa un’altra spia e compare con minacciosa intermittenzla la parola “brake”. Frena? Proviamo. Ma sì che frena. Ecchè sarà mai una spia dei freni!
Si conquista l’albergo, c’è la neve a mucchi per strada e fa davvero freddo. Mentre piove acqua ghiacciata, si scarica l’attrezzatura più in fretta che si può.
Stavolta oltre che alle riprese si pensa anche all’auto. Pronto, noleggio XY? L’auto marca zz modello ww targa bb, è impazzita. Sì, ha capito bene, è rotta. No, per camminare cammina. Siamo noi che non vogliamo più saperne. Dove possiamo cambiarla? A Caserta? Dobbiamo chiamare Caserta? Chiamano loro? Bene, guardi che abbiamo bisogno di spazio. Nel senso di volume di carico, ha capito?
Riprese video, telefono spento. Al termine lo si accende ma nessuna chiamata. Pronto, noleggio XY? L’auto marca zz modello ww targa bb noleggiata a Milano è impazzita. Sì, ha capito bene, è rotta. No, per camminare cammina. Siamo noi che non vogliamo più saperne. Dove, Napoli? Napoli Capodichino? Non più Caserta? No, non più. Non più una Golf? Ah, c’è una Qubo? La sola auto? Ah, è per via del volume nel senso di spazio? Capito, c’è una Cubo.
A Napoli Capodichino il noleggio XY ritira di qua e fa il check-in di là. Normale, dicono. Peccato che tra qui e là bisogna prendere la navetta. Per essere puntuale è puntuale, e passa pure con ragionevole frequenza. Ma tra consegna qui, compila là e ritira nuovamente qui, passano due ore. La Cubo? E’ nera. Squadrata com’è e come è giusto che sia, è veramente un cubo. Trasbordiamo telecamere, luci, cavalletti, cavi, filtri “a” e filtri “b” e ci sentiamo embedded come i giornalisti al seguito delle truppe in Iraq, nel senso che altro mezzo non c’è.
A Napoli Capodichino i ritiratori di auto a noleggio stanno in roulotte in mezzo a un piazzale. Nelle roulotte, ogni brand la sua, col tubo del riscaldamento che esce dal tetto. C’è il sole, ma a Napoli quando tira vento d’inverno fa freddo quasi come a Milano. |
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| 14-Febbraio-2012 | | | 
“Mi ero stancato del mestiere che facevo. Avevo voglia di inventare. Qualcosa che unisse il vecchio al nuovo. Come un posto dove potersi incontrare, ascoltare musica, sfogliare una rivista. Pranzare in modo semplice e genuino. Certo, Vinile è nato da un mio sogno. Per questo, come accade nei sogni, spero continui a cambiare”.
Inizia così il racconto di Gianluca, l’inventore di un locale nuovo. Un posto dove gli oggetti d’arredo rigorosamente vintage – le sedie, le poltrone, i tavolini – si possono comprare. E quello che tra i molti oggetti esposti non si vede - un disco raro, un giocattolo, un vecchio giradischi - si può cercare. Magari non è caro e neppure troppo lontano. Certo, i più snob e i più modaioli diranno che il concept di Vinilemilano l’hanno già incontrato a Londra o a Parigi. O in entrambe le città. Probabile, anzi augurabile. Ma non è questo il punto. Come non è in discussione la qualità dei vini, salumi, formaggi proposti da Vinile.
La cosa che desideriamo segnalare, ovvero il senso di questo post, è la creatività di quest’idea e, soprattutto, la cura con la quale è stata sviluppata. Perché un concept per quanto innovativo e intelligente non basta. Come per i negozi Apple o per le librerie che sopravvivono ad Amazoon e dintorni, il segreto del successo è banalmente sempre lo stesso. Trascurato come un catalogo di bigiotteria. Avvilito come il congiuntivo nei talk-show. Disatteso come una regola. Ma non per questo meno vero: i fatti hanno il torto di non essere interpretabili oltre misura. E la misura siamo noi ogni volta che compiamo delle scelte. Crisi, consumi calanti, incertezza: tutto vero. Così come è probabile che consumeremo meno. Anche se consumare meno non significa necessariamente rinunciare a consumare meglio. La differenza, qualità del prodotto a parte, la fanno come sempre le persone. Nei negozi Apple, nelle librerie dove i librai conoscono i libri e i clienti, in tutti quei “posti caldi e puliti” come li definiva Hemingway dove si può ascoltare musica frusciante e analogica, bere un bicchiere e persino curiosare tra le trouvailles. Una vecchia storia che ostinatamente ci ostiniamo a non voler ricordare. |
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| 2-Febbraio-2012 | | | 
Succede che un viceministro dica delle cose. Belle, brutte o così così. E puntualmente succede che si faccia di tutto per non entrare nel merito, come si diceva una volta. Oltretutto, le opinioni – belle, brutte o così così – espresse dal viceministro riguardavano proprio il merito circa un diploma di laurea conseguito a 28 anni.
Sempre nella stessa occasione ha poi argomentato riguardo al sapere artigiano. Il viceministro, così almeno abbiamo capito, è dell’idea che sia molto più utile alla società un bravo artigiano piuttosto che un laureato così così. Un bravo accordatore di pianoforti, un lattoniere provetto, un vivaista sopraffino. Un ragionamento che ci ha immediatamente ricordato gli esercizi di pensiero dell’indimenticabile Catalano. Ma invece, apriti cielo. “E’ un arrogante; ha vinto una cattedra all’Università perché raccomandato; la nonna materna suonava il pianoforte in un locale equivoco a New Orleans!”. (Indovinare quale delle tre affermazioni è falsa).
Così, mentre il paese prova a liberalizzare qualche tratto di normalità, il vezzo di giudicare i modi e non la sostanza pare non passi di moda. |
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| 24-Gennaio-2012 | | | 
Ci sono momenti in cui la cosa di cui sentiamo maggiormente il bisogno è una bussola. O, meglio ancora, uno di quegli oggetti parlanti che indicano la strada. Dove svoltare. Quanto manca all’arrivo. Persino dove trovare una pompa di benzina. Scioperi permettendo, beninteso.
Ma se le mappe non sono ancora state disegnate e i supporti elettronici al di là di venire?
E’ il caso di molti mercati e altrettanti business. Mercati importanti, ma frammentati e complessi. Di difficile decifrazione e ancor più difficile navigazione. Manca molto all’arrivo? La velocità di crociera è ragionevole? Il carburante è sufficiente? Gli altri che fanno la mia stessa rotta vanno più veloci o è solo un’illusione ottica?
Le bussole sono indispensabili. Se non esistono bisogna costruirle, come raccontiamo qui.
Lo strumento in questione è molto più di una bussola è un gps e riguarda il mercato particolarmente complesso della detergenza professionale. Lo proponiamo come esempio di metodo, ovvero di come abbiamo costruito uno strumento ad hoc utile per aiutare le aziende a prendere decisioni. Perché questa e non altra è la funzione delle bussole e delle indagini di mercato: ridurre il rischio attravero la conoscenza. Poi, come sempre, dipende da chi guida. Per saperne di più www.mbcons.it |
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| 17-Gennaio-2012 | | | 
Su una cosa i Maya ci hanno azzeccato: il 2012 sarà senza dubbio un anno fuori dall’ordinario. Pieno come un uovo di cambiamenti. Che qualcuno definisce addirittura epocali. Ovvio che anche noi, come tutti o quasi, si sia in palpitante attesa. Tormentati-annoiati-stimolati dal gran circo equestre di dichiarazioni, previsioni, anticipazioni e smentite che ogni giorno sfila rumoroso e variopinto sulle main street di televisioni, giornali web e social media.
Come scordare che le previsioni catastrofiche si autoalimentano sino (quasi) ad avverarsi? Benzinai, taxisti, agrimensori, erboristi, notai, avvocati, baristi, artisti concettuali e figurativi, ballerine classiche e numismatici, allevatori di pesci rossi e personal trainer (l’elenco potrebbe continuare a lungo) minacciano sfracelli. Qualcuno l’hanno già messo in atto. Evidentemente perché molti di loro – una sparuta maggioranza? – si sforzano caparbiamente di pensare al cambiamento di una società sempre e soltanto come una lista nera, senza mai provare a leggervi la buona novella che porta con sé. La morte del bruco, diceva quel tale, è la nascita della farfalla.
Tra l’altro un paradosso di dimensioni galattiche, poiché il cambiamento è di fatto già avvenuto e più nulla sarà come prima. Beninteso, non stiamo sostenendo l’approccio “di necessità virtù”, tecnica mentale che più fariseica non si può. Quanto affrontare il cambiamento secondo la logica della responsabilità individuale, pensando a come offrire il proprio contributo per la costruzione di una nuova allenza, una società che premi il talento e la meritocrazia. Che alimenti la mobilità sociale. Che riconosca l’impegno e la competenza. Che distingua la cialtroneria dalla serietà. Che sostenga la ricchezza frutto della capacità e non della furbizia.
Una buona novella. La attendiamo da tempo. Ci piace pensare che non ne manchi poi molto. |
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